Il sacrificio dei sette fratelli Cervi
9 Giugno 2017
Egr. Direttore,
domenica scorsa sono stato a Gattatico, Reggio Emilia a visitare con l’Anpi di Varese il museo dei sette fratelli Cervi. Il mio rammarico è andato al compianto Francesco Zecchini, per diversi anni Presidente della sezione Anpi di Induno Olona, che aveva proposto con tanto fervore questa visita, ma non gli abbiamo dato ascolto per una nostra troppa superficialità e le nostre beghe interne di divisione. Perché incontrare i sette fratelli Cervi è una gita che vale ancora la pena di fare, non per una questione di nostalgia ma di grande attualità.
La prima lezione che emerge da questa vicenda è che i fratelli Cervi sono stati assassinati perché hanno commesso il reato di “accoglienza e di solidarietà” ospitando nella loro fattoria i profughi, coloro che scappavano dalla guerra, stanchi e stufi dell’odio perpetrato dalla ideologia fascista. Anche oggi c’è qualcuno che tenta di criminalizzare l’accoglienza e la solidarietà in difesa del nazionalismo o della paura del diverso. I fratelli Cervi sono stati quindi precursori dei tempi che stiamo vivendo.
La seconda lezione che mi balzava alla mente è il racconto che fa uno dei fratelli quando paragona il carcere che ha dovuto subire negli anni 30’, come scuola di università di antifascismo. Il fascismo non si accorse che mettendo in galera gli antifascisti, ha fornito loro gli strumenti di lotta che partorirono poi tutti quei partigiani che con la Resistenza seppero dar vita a quella Costituzione che ha garantito a questo Paese pace e prosperità, anche se per una larga fetta della popolazione, questa Costituzione rimane inapplicata, soprattutto oggi quando non riesce a dare lavoro ai giovani.
Speriamo che ora le nostre patrie galere, non diventino la scuola per coloro che non si riconoscono nei nostri valori, che si stanno sgretolando, e si possano radicalizzare in quel fenomeno perverso chiamato terrorismo. Speriamo quindi che le pene che i nostri tribunali infliggono, servano veramente alla rieducazione e non certamente a scuole di odio. E speriamo quindi che questo Stato possa dare delle risposte di umanità a quella ondata immigratoria di proporzione bibliche, che ora per essere vinta deve essere solidale ma oggi soprattutto ben organizzata. Senza una seria organizzazione di questo fenomeno, rischiamo di alimentare quel terrorismo che a parole diciamo di combattere.
Dalla visita al museo mi sono portato a casa il libro di Alcide Cervi, “I miei sette figli” che ho letto in pochi giorni e nelle ultime pagine mi ha commosso e che voglio condividere con voi queste riflessioni finali.
Scrive papà Cervi, siamo nel 1955, a conclusione del racconto della storia della sua famiglia queste parole tentando di lanciare un ammonimento a questo Paese che ha chiesto il sacrificio dei suoi sette figli… “per questa salvezza non c’è che un mezzo, che gli italiani si riconoscano fratelli… che nasca finalmente l’unità d’Italia, ma l’unità degli animi, l’unità dei cuori patriottici. Perché se fosse vero che cattolici, comunisti e socialisti non possano andare d’accordo, allora è distrutta la storia della mia famiglia, che se ha fatto qualcosa di buono, l’ha fatto per la forza delle due fedi. Se voi dite che non si può andare d’accordo, allora la madre dei miei figli, che è rimasta cattolica sino alla morte, rinnegate la fede cristiana dei miei figli, che di questa presero la parte migliore e la unirono alla grande idea comunista. Se voi dividete queste cose, allora sì i figli miei sono morti davvero e il sacrifico della mia famiglia non è mai esistito. Io vorrei farvi sentire cos’è avere ottanta anni, aspettarsi la morte… e pensare che forse tanto sacrificio non è valso a niente… Che il cielo si schiarisca, che sull’Italia torni la pace e la concordia, che i nostri morti ispirino i vivi… Allora sì, mi sarò guadagnato la mia morte e potrò dire alla madre dolce e affettuosa, alla sposa mia adorata: che la terra non è più quando tu c’eri, sulla terra si può vivere, e non solo morire di crepacuore. E ai figli, dirò: l’Italia vostra è salva, riposate in pace, figli miei”.
Quanti commenti si possono fare a queste parole!
Emilio Vanoni – Induno Olona



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