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Il valore formativo dei compiti a casa: positiva peculiarità della scuola italiana

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18 Dicembre 2014

Egregio direttore,

 nel 1969 il Ministero della Pubblica Istruzione disponeva con una circolare che agli alunni delle scuole elementari e secondarie di ogni grado e ordine non venissero assegnati compiti scolastici da svolgere a casa per il giorno successivo a quello festivo, in modo che in quel giorno non avessero luogo, in linea di massima, interrogazioni degli alunni, a meno che non si trattasse di materia il cui orario cadesse soltanto in tale giorno. La circolare si inseriva chiaramente nel dibattito che si era aperto in séguito alla trasformazione dei modelli di consumo e dei comportaenti sociali, che caratterizzava il Bel Paese del ‘boom’ economico. Sono passati da allora quarantacinque anni e in Italia, in Europa e nel mondo vi sono stati come si suol dire, cambiamenti, epocali che hanno inciso ovviamente anche sul profilo culturale delle nuove generazioni, sul loro modo di pensare, di apprendere, di confrontarsi con i contenuti, le forme, i metodi e gli strumenti del sapere. È cambiata, ad esempio, la loro, e anche la nostra, percezione del tempo e dello spazio, così come sono cambiate le modalità di elaborazione e di espressione del pensiero, le motivazioni e le finalità del conoscere. Ma la ‘vexata quaestio’ dei compiti a casa si ripropone negli stessi identici termini e le risposte sono, come sempre, diverse e contrastanti: hanno senso e funzione, servono, non servono, sono utili, inutili, irrilevanti, dannosi. Una cosa è certa: secondo i dati elaborati dall’Ocse-Pisa, diffusi nei giorni scorsi, nei 38 paesi che hanno partecipato alle rilevazioni del 2012 tutti coloro che frequentano una scuola fanno i compiti a casa. Insomma, dal punto di vista qualitativo è inconcepibile una scuola senza compiti, ossia senza questa o quella forma domestica di riepilogo, revisione e approfondimento degli argomenti trattati nelle varie discipline oggetto di studio; dopodiché, quanto ai carichi di lavoro scolastico da assegnare e da svolgere, vi sono differenze quantitative, nei diversi paesi, tra gli studenti più o meno impegnati, vi è chi ne ha di più e chi ne ha di meno.

Il tempo che dedicano gli studenti italiani è, in media, di nove ore a settimana: un’ora e mezza al giorno.

 In questo senso, a me sembra del tutto oziosa una disputa che, imperniandosi su astratte comparazioni tra sistemi educativi ‘toto coelo’ differenti sia dal punto di vista quantitativo della popolazione scolastica coinvolta sia da quello qualitativo delle tradizioni storiche nazionali, quali, ad esempio, quello italiano, quello finlandese e quello svizzero, verta sull’opportunità dei compiti a casa o sull’astratta individuazione del numero ideale di ore richiesto settimanalmente dallo svolgimento degli stessi, vale a dire se nove o dieci o otto ore siano troppe o poche, se fare i compiti a casa sviluppi l’autonomia dell’apprendimento, abitui alla riflessione, spinga all’approfondimento, al confronto con se stessi, all’impegno sistematico oppure no. Sennonché la massima antica secondo cui “repetitio est mater studiorum” merita di essere tenuta presente, perché questa è la via maestra per giungere ad acquisire un valido metodo di studio. D’altra parte, sarà lecito ricorrere ad una controprova e domandare che cosa faccia un bambino, un ragazzino, un ragazzo, in casa, per tutto il pomeriggio, per tutta la sera, se non studia la storia, non risolve (o tenta di risolvere) un problema di geometria, se non si misura con i temi della filosofia, se non disegna paesaggi, animali, personaggi ecc. E sarà dunque lecito chiedere che cosa faccia in casa per tutto il pomeriggio, per tutta la sera, se non impara una lingua straniera, se non sfoglia un libro di storia dell’arte, se non ne legge uno di fiabe, magari lentamente, compitando le parole. Oppure l’alternativa, come giunse a sostenere Roberto Maragliano, uno dei peggiori pedagogisti che abbiano infestato, ai tempi del ministro Berlinguer, il mondo della scuola, l’alternativa, dicevo, è restare incollati allo schermo televisivo o alla ‘playstation’, navigare senza meta e senza discernimento in Internet, saltabeccare nei ‘socialnetwork’, stordirsi e lobotomizzarsi con i giochi elettronici più demenziali? Ecco perché dovremmo formulare il vecchio quesito in modo diverso; in altri termini, non dovremmo più domandarci se i compiti a casa siano utili o inutili, ma se siano meno o più dannosi di altri intrattenimenti. Perché non può sussistere il minimo dubbio sulle seguenti verità:

a) che i compiti a casa non sono dannosi; b) che costituiscono una positiva peculiarità della scuola italiana; c) che, essendo indissociabili da qualsiasi insegnamento scolastico, non sono un fattore di discriminazione sociale più di quanto lo sia l’apparato scolastico in quanto tale; d) che non vanno diminuiti, ma semmai incrementati e qualificati. Né può essere materia di dubbio il fatto che essi non hanno mai provocato e mai provocheranno alcuna dipendenza, mentre, come è noto, è scientificamente dimostrata la dipendenza da Internet, un comportamento compulsivo al quale può diventare molto difficile sottrarsi.

 Pertanto, la questione dei compiti a casa si ramifica e richiama non solo questioni pedagogiche, didattiche e psicologiche, ma, più in generale, antropologiche, perché è nel contesto della mutazione antropologica che va situato il problema. Se si dovesse continuare a considerare l’opportunità o l’inopportunità dei compiti a casa con criteri o schemi culturalmente superati, si rischierebbe infatti di non valutare adeguatamente il significato che lo studio individuale assume nell’àmbito di un processo di formazione, nella relazione tra il soggetto e l’oggetto della conoscenza e, più in generale, nello sviluppo della personalità intellettuale e morale del discente. Da questo punto di vista, le tesi faciliste, che all’insegna di un’epistemologia neoliberista vengono sostenute nella lettera n. 93, hanno un sapore culturalmente demagogico e un significato classisticamente elitario, poiché considerano come modelli da imitare o da estendere nel nostro Paese la scuola svizzera o la Scuola Europea di Varese.

L’atteggiamento che sta alla base di queste indicazioni, altrettanto vacue quanto velleitarie, ricorda quello di Maria Antonietta, che di fronte alla rivolta del popolo affamato esortava a distribuire le brioche. Ben diversi sono l’atteggiamento e l’insegnamento, più che mai attuali, presenti nella pagina famosa tratta dai “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci, che merita di essere riportata per il suo duplice valore, descrittivo e insieme orientativo, a conclusione di queste considerazioni: «Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza. La partecipazione di più larghe masse alla scuola media porta con sé la tendenza a rallentare la disciplina dello studio, a domandare “facilitazioni”. Molti pensano addirittura che le difficoltà siano artificiose, perché sono abituati a considerare lavoro e fatica solo il lavoro manuale. Ecco perché molti del popolo pensano che nella difficoltà dello studio ci sia un “trucco” a loro danno (quando non pensano di essere stupidi per natura): vedono il signore (e per molti, nelle campagne specialmente, signore vuoi dire intellettuale) compiere con scioltezza e apparente facilità il lavoro che ai loro figli costa lacrime e sangue, e pensano ci sia un “trucco”. In una nuova situazione, […] occorrerà resistere alla tendenza di render facile ciò che non può esserlo senza essere snaturato».

Italicus

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