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L’utilità della cultura umanistica

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8 Novembre 2013

Caro direttore

sembra essere ormai del tutto inefficace, nel nostro tempo, la classica risposta di Spinoza alla tradizionale domanda di carattere fondativo sul significato e sul valore della ‘humanitas’, risposta che per secoli, dall’umanesimo in poi, ha garantito legittimità agli studi filosofici e letterari: essi ci aiutano a vivere «una vita propriamente umana». Il discorso si fa ancor più impervio se si aggiunge a quella tradizionale un’altra domanda, che si potrebbe definire di carattere rifondativo, su quale possa essere il futuro degli studi umanistici in un contesto in cui il lavoro e il suo linguaggio sono fortemente dominati dalla tecnologia. Si tratta con tutta evidenza di una problematica che riguarda non solo l’Italia e non solo la formazione scolastica, ma anche il modello di società che saremo in grado di immaginare per risolvere le gigantesche questioni economiche, ecologiche e sociali che il pianeta si trova ad affrontare. È in questo àmbito che si inserisce quella che recentemente una pensatrice statunitense, Martha Nussbaum, ha definito nei suoi saggi (cfr. il più recente, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, 2012) come «crisi dei saperi socratici», ossia dei saperi fondati su competenze non misurabili quali la capacità di argomentare e di riflettere, di confrontarsi e di mettersi in discussione, di assumere il punto di vista dell’altro, di elaborare soluzioni innovative rispetto ai contesti in cui sorgono i nostri problemi. Vale dunque la pena di individuare le cause che, nel passaggio epocale da un’economia di mercato ad una società di mercato, hanno determinato la crisi dei saperi socratici e posto in discussione il futuro degli studi umanistici.
Orbene, le cause della crisi della cultura umanistica possono essere individuate in primo luogo, assumendo l’ottica della ‘lunga durata’, nella progressiva dissociazione fra discipline storico-letterarie e costruzione delle identità nazionali; in secondo luogo, nella diffusione di una cultura di massa, resa possibile dalle tecnologie audiovisive, che ha ridotto in misura notevole la funzione mediatrice ed orientatrice della scuola e dell’università nei processi di formazione delle nuove generazioni; in terzo luogo, a partire dall’ultimo trentennio, nella globalizzazione capitalistica e nel correlativo dominio, sempre più totalizzante, di una logica di mercato che nega ogni criterio di valore che non sia quello di scambio; in quarto luogo, in un disegno neoliberista ed oligarchico di destrutturazione delle società democratiche dell’Occidente e del loro sistema di valori. In effetti, se si riflette sulle continue riforme degli ordinamenti scolastici che negli ultimi venti anni hanno contraddistinto le politiche educative dei paesi occidentali e sul mutamento profondo che subisce la formazione scolastica nel passaggio da un’economia di mercato ad una società di mercato, non è difficile comprendere perché sia dato assistere oggi, non solo in Italia, ad un tentativo di smantellamento dell’istruzione umanistica che, avendo il suo principio ispiratore in un rozzo utilitarismo di ispirazione benthamiana, considera la cultura un costo superfluo e fa della competenza tecnica e della divisione del lavoro un feticcio intangibile. Sotto questo profilo, un esempio di rilegittimazione degli studi umanistici è proprio quello offerto dal libro della Nussbaum, nel quale non solo si afferma che l’insegnamento delle materie letterarie e scientifiche deve essere salvaguardato rispetto a un’educazione incentrata sui saperi tecnici e specialistici, in quanto tale insegnamento rappresenta le finalità di una formazione culturale rivolta alla costruzione di una comunità democratica, ma si giunge a sostenere che esso ha una finalità economica indiretta, in quanto «l’innovazione richiede intelligenze flessibili, aperte, creative», «la letteratura e le arti stimolano queste facoltà» e, «quando mancano, la cultura aziendale perde colpi in fretta». Così, richiamandosi alla tradizione americana del pragmatismo di Dewey, la Nussbaum identifica nel suo ‘pamphlet’ l’insegnamento umanistico con il “metodo socratico”, ossia con l’istanza di un’indagine critica guidata dalla ragione ed autonoma rispetto ad ogni autorità imposta dalla tradizione. La tesi sulla necessità dei saperi socratici sviluppata dalla pensatrice statunitense dimostra come sia difficile elaborare una proposta teorica che sia in grado di legittimare oggi l’esistenza e il finanziamento degli studi umanistici, senza accettare come terreno di confronto le stesse premesse dei loro detrattori: senza, cioè, accettare l’urgenza, peraltro in qualche misura innegabile, di dimostrare alla politica e al mercato l’utilità pratica dei saperi socratici. 

Tuttavia, se è vero che bisogna andare oltre un utilitarismo di corto respiro, ciecamente efficientistico ed organicamente funzionale al potere economico dominante, è anche vero che non si deve buttare via l’acqua sporca assieme al bambino, poiché espungere dall’àmbito della conoscenza e dell’azione una prospettiva utilitaristica correttamente intesa vuol dire liquidare interamente il progetto della modernità: la rivoluzione scientifica, le scienze sociali, il ‘Welfare State’ e la tradizione del socialismo. Del resto, la sfida che la crisi dei saperi socratici pone all’‘humanitas’ nasce oggi da due posizioni, diverse nelle motivazioni teoretiche ma convergenti nell’esito pratico: da una parte, il nichilismo che impronta le concezioni decostruzioniste secondo cui la realtà è sostituita dai testi e le diverse interpretazioni si equivalgono; dall’altra, l’ideologia del ‘politicamente corretto’ che si esprime nell’equazione fra democrazia liberale e saperi umanistici formulata dalla Nussbaum. Entrambe le strategie mirano a preservare uno spazio alla filosofia e alla letteratura all’interno di una logica utilitaristica. Per quanto riguarda le tesi decostruzioniste, le conseguenze che da esse derivano nel campo dei saperi umanistici sono semplicemente rovinose. La radicale demistificazione di ogni sapere disciplinare dissolve le ragioni tradizionali di legittimità degli studi umanistici: se la storia non insegna niente (è la drammatica domanda che si pone Pier Paolo Pasolini nelle “Ceneri di Gramsci”: «Ma come io possiedo la storia, / essa mi possiede; ne sono illuminato: / ma a che serve la luce?»), se la letteratura indulge ai cattivi sentimenti anziché sollecitare all’amor di patria, se la filosofia decostruisce ogni simulacro di verità, perché mai il governo dovrebbe finanziare gli studi umanistici? Da un punto di vista orgogliosamente aristocratico, si potrebbe sostenere che la vera sfida è quella di legittimare la cultura umanistica anche in quegli aspetti che con il nostro modello di società non hanno alcun rapporto: saperi che ‘non servono’ (né alle democrazie né al profitto). La legittimazione della cultura umanistica, si afferma secondo tale ottica, non va ricercata attraverso una faticosa rincorsa delle scienze o della tecnologia, della pedagogia o del mercato sul loro stesso terreno, ma va perseguita indipendentemente da ogni utilità pratica rivendicando le autonome peculiarità del sapere umanistico. Il limite di questa posizione è che essa risulta sostanzialmente sterile e improduttiva: non all’altezza della sfida che deriva, per l’appunto, dalla crisi dei saperi socratici.

In realtà, le vie che è necessario percorrere per attuare un riscatto e una rivalutazione dei saperi socratici sono altre. Finora la questione dell’utilità degli studi umanistici si è limitata a quella dell’utilità di questi studi per gli studenti. Ma ciò che ogni processo di trasmissione culturale chiama necessariamente in causa è l’eredità culturale di una comunità, la sua ‘tradizione’, ossia ciò che merita di essere trasmesso e conservato. Da questo punto di vista, non si può disconoscere che la cultura umanistica è un patrimonio estremamente prezioso per l’Italia, laddove questa constatazione non ha nulla di retorico, ma vale anche in termini molto secchi e pragmatici di politica economica. Può sembrare un paradosso, ma gli studi umanistici sono proprio ciò che oggi ci serve di più. La cultura scritta e il senso della storicità sono infatti le basi di un modello di educazione umanistica che appartiene in modo peculiare al nostro Paese: un modello tutt’altro che statico e conservativo, se è vero che, a partire dagli anni settanta del secolo scorso, esso è stato integrato e potenziato con la filosofia e la storia della scienza, giungendo a configurarsi, grazie soprattutto all’opera preziosa svolta dalla scuola di Ludovico Geymonat, in termini dinamici e innovativi e facendo compiere alla nostra cultura un grande passo avanti verso il superamento della separazione tra la scienza e gli studi umanistici.  

In conclusione, se è vero che l’umanesimo non è un valore in sé, è altrettanto vero che esso ha svolto una funzione storicamente concreta quando è stato assunto come veicolo ideologico di classi o di gruppi sociali in conflitto con lo stato di cose esistente e quindi in cerca di un’espressione simbolica dei loro interessi e dei loro bisogni. In attesa che i conflitti reali riportino in primo piano forze sociali, politiche e culturali simili a quelle che nel passato hanno tentato di praticare quei valori di verità, giustizia ed eguaglianza che hanno caratterizzato prima l’umanesimo cristiano e poi quello socialista e comunista, si può per ora soltanto affermare che il futuro della ‘humanitas’ dipenderà dalla ‘humanitas’ del futuro. «Nell’uomo c’è molto», diceva Bertolt Brecht, «facciamo molto dell’uomo».


Eros Barone

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