La ‘cultura’ come business, intrattenimento e mistificazione
25 Luglio 2005
Egregio direttore,
la lettura dell’articolo di Michele Mancino, apparso su «Varese News» il 22 luglio e intitolato “Nasce la ‘città festival’”, in cui si dà conto della nascita della fondazione culturale “1860 Gallarate città”, offre molteplici motivi di riflessione sul senso e sui contenuti dell’iniziativa promossa dall’amministrazione comunale di Gallarate, nonché sul linguaggio simbolico attraverso cui viene veicolata.
In primo luogo, colpisce il fatto che una fondazione che si fregia della denominazione “1860 Gallarate città” non abbia previsto, nel “denso programma” che è stato esposto, uno spazio in cui collocare almeno un’iniziativa per la celebrazione del secondo centenario della nascita di Giuseppe Mazzini (1805-1872), tenuto conto del rilievo che obiettivamente assume, nel panorama delle ideologie risorgimentali, nella stessa storia di Gallarate e in rapporto alle radici ad un tempo nazionali ed europee dell’identità del nostro Paese, la figura del grande patriota.
In secondo luogo, appare quanto mai provinciale, nella sua rincorsa imitativa di altre fortunate esperienze come quella di Genova o come quella di Mantova, l’enfasi posta sull’idea della “città festival”, con cui si cerca forse di coniugare l’esigenza di offrire un prodotto appetibile, conforme alle richieste dei ceti che esprimono la ‘cultura degli appagati e della emancipazione accidiosa’, e la necessità, corrispondente alle richieste degli ambienti clericali oscurantisti, di un tema del tipo ‘bevi-fin-che-vomiti’, quale non può non essere, specialmente dopo il recente referendum sulla procreazione assistita, quello rubricato sotto le voci ‘vita’, ‘genetica’ e ‘bioetica’.
In terzo luogo, è da rilevare, quale ulteriore conferma ed estensione di quella che la rivista «Belfagor», riferendosi alla scuola neotomistica dell’‘Aloysianum’, definiva già negli anni Cinquanta del secolo scorso come l’“oggettività di Gallarate”, l’anaforico Festival della poesia, in cui è prevedibile, come da consolidata tradizione,
che si spaccerà il solito ‘mix’ di evasione arcadica, delirio mistico-onirico, cultura del narcisismo, mistificazione tardoromantica e nichilismo postmoderno.
In quarto luogo, segnalo l’uso volgar-aziendalistico di un lessico mercantile – Comune come ‘azionista di riferimento’, ‘piano regolatore della cultura’, ‘strategia economica’ ecc. -, che rivela in modo inequivocabile l’ispirazione grossolanamente manageriale di un progetto che ha ben poco da spartire con la cultura, se questa viene rettamente intesa (non come ‘business’ né come ‘instrumentum regni’ ma) come partecipazione critica ai problemi del nostro tempo e della nostra società, e ha invece molto in comune con un fenomeno di folclore sub-culturale pedemontano in cui vengono venduti fondi di bottiglia per gioielli.
D’altronde, che ci si può attendere in campo culturale da una fondazione che ha le sue matrici nelle forze dominanti di un territorio strutturalmente non-libero, che ha prodotto un episodio criminale come il rogo di un lavoratore extracomunitario, e in una amministrazione comunale reazionaria e oscurantista, che ricorre a motivazioni totalmente pretestuose per impedire la libertà di culto ad una comunità religiosa? Né meraviglia che chi dovrebbe fare opera di cultura ignori che qui vive, sebbene più noto a Parigi che a Gallarate, Flavio Testi, che è uno dei massimi compositori e storici della musica contemporanei. Piuttosto stupisce che vi sia chi, pur provenendo da tutt’altra storia, si pone al servizio di una tale impresa e cerca persino di nobilitarla attingendo al repertorio lessicale del socialismo messianico di Ernst Bloch.
In conclusione, è assai difficile, di fronte ad una linea di politica culturale come quella prefigurata dalla fondazione “1860 Gallarate città”, buttar via l’acqua sporca e salvare il bambino, come invita a fare il noto proverbio tedesco, poiché i presupposti su cui tale fondazione poggia sono antitetici alla cultura e, in buona sostanza, la riducono, snaturandola e vanificandola, ad evasione, adattamento, mistificazione e intrattenimento, ossia ad altrettante varianti dell’accettazione dello stato di cose esistente.



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