La maturità non si misura in centesimi
25 Luglio 2026
Ho letto con interesse l’articolo dedicato agli studenti che hanno concluso la Maturità con 100 e 100 e lode.
È giusto festeggiare chi ha raggiunto un risultato eccellente. Ogni traguardo conquistato con impegno merita rispetto.
Ma, da mamma di uno dei ragazzi del Liceo Musicale Manzoni, mi è rimasta una domanda.
Davvero una classe si racconta attraverso un numero?
Perché io quella classe l’ho conosciuta.
Ho visto ragazzi con ADHD e DSA affrontare ogni giorno una salita molto più ripida di quella dei loro compagni, senza mai chiedere sconti.
Ho visto studenti che, pur avendo l’obbligo di svolgere 90 ore di PCTO, ne hanno fatte quasi 400 perché avevano voglia di imparare, mettersi in gioco e fare esperienza.
Ho visto una rappresentante di classe dedicare cinque anni della propria adolescenza agli altri, ascoltando, organizzando, aiutando, facendo da ponte tra studenti e docenti.
Ho visto ragazzi trascorrere pomeriggi interi a spiegare gratuitamente matematica, italiano, storia, teoria musicale ai compagni in difficoltà, condividendo appunti e incoraggiando chi pensava di non farcela.
Ho visto giovani che hanno portato il nome del liceo nei teatri, nei concerti, negli ospedali e nelle manifestazioni culturali della provincia, facendo conoscere il talento e la bellezza di questa scuola.
Ho visto studenti affrontare ogni mattina lunghi viaggi, organizzarsi con piccoli mezzi pur di arrivare puntuali, senza mai cercare scorciatoie.
Ho visto ragazzi con talenti straordinari nella musica, nello sport, nell’arte, nella solidarietà. Talenti che non sempre trovano posto dentro un voto.
E ho visto anche altro.
Ho visto ragazzi convivere con drammi familiari profondi, custodendo il proprio dolore dietro un sorriso per non pesare sugli altri.
Ho visto giovani che, mentre preparavano l’esame di Stato, combattevano battaglie che nessun registro elettronico potrà mai raccontare.
Questa è maturità.
Perché maturità non è soltanto prendere 100.
È rialzarsi quando la vita ti mette alla prova.
È scegliere di aiutare un compagno invece di pensare solo a sé stessi.
È avere il coraggio di chiedere aiuto e, allo stesso tempo, essere capaci di offrirlo.
È trasformare il proprio talento in un dono per gli altri.
È arrivare magari con 65, con 70, con 84, con 90 o con 100, sapendo di aver dato tutto ciò che si aveva.
Quello che mi porterò nel cuore di questa classe non saranno i voti.
Sarà il senso di gruppo.
La capacità di fare squadra.
Le amicizie nate tra quei banchi.
Le risate.
La musica condivisa.
L’attenzione verso il compagno più fragile.
La gioia sincera per il successo degli altri.
Questa, per me, è la vera eccellenza.
Mi piacerebbe che, ogni tanto, anche i giornali raccontassero queste storie.
Perché il ragazzo che esce con 65 dopo aver combattuto ogni giorno contro difficoltà enormi può aver compiuto un’impresa straordinaria.
Perché chi conclude con 70, 80 o 90, magari dopo aver sostenuto la propria famiglia, affrontato una malattia o superato un disturbo dell’apprendimento, ha spesso raggiunto un traguardo grande quanto un 100 e lode.
La scuola ha certamente il compito di valorizzare il merito.
Ma ha anche il dovere di ricordare che dietro ogni voto c’è una persona.
E le persone non si misurano in centesimi.
Chiara Caiazzo




Accedi o registrati per commentare questo articolo.
L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.