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Le persone non sono categorie, sono storie in cammino

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diagnosi
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8 Febbraio 2026

Sono una studentessa di Psicologia e, osservando la realtà quotidiana dei servizi, delle scuole e delle famiglie della nostra comunità, sento l’urgenza di richiamare l’attenzione su un rischio spesso sottovalutato: ridurre una persona a una diagnosi o a un’etichetta.

Le categorie diagnostiche sono nate per descrivere fenomeni, orientare interventi e facilitare comunicazione tra professionisti. Usate con rigore e umanità, sono strumenti preziosi. Diventano invece limitanti, talvolta dannose, quando cristallizzano l’identità di una persona, oscurando risorse, contesti e possibilità di cambiamento. Questo rischio riguarda non solo chi lavora in ambito sanitario, ma anche insegnanti, educatori, operatori sociali e genitori.

Nel mio percorso formativo ho visto come la “diagnosi” possa influenzare aspettative e pratiche: insegnanti che adeguano automaticamente il loro approccio, servizi che propongono percorsi standardizzati, famiglie che si sentono etichettate e impotenti. Tutto ciò può generare un circolo vizioso: la persona viene osservata principalmente attraverso il filtro della diagnosi, e questo limita la capacità di cogliere segnali di cambiamento o di attivare interventi realmente personalizzati.

Per questo credo sia urgente promuovere una cultura professionale che metta al centro la persona nella sua complessità. Alcuni principi pratici che ritengo utili:
-Usare le diagnosi come mappe operative, non come definizioni identitarie.
– Coltivare un ascolto attento e non giudicante, che valorizzi narrazioni personali e risorse ambientali.
-Favorire interventi multiprofessionali e contestualizzati, che tengano conto di scuola, famiglia e comunità.
– Offrire alle famiglie informazione chiara e sostegno alle competenze, evitando linguaggi tecnici che disorientano.
– Introdurre nella formazione pratica e riflessioni etiche costanti sul significato e l’impatto delle etichette.
Parlare di responsabilità significa anche interrogarsi su chi decide e su come vengono prese le decisioni che riguardano la vita delle persone. Serve trasparenza, condivisione e la volontà di co-progettare percorsi con chi vive la difficoltà, ponendo l’autodeterminazione e la dignità come punti non negoziabili.

Una considerazione semplice ma cruciale: le persone non sono categorie, sono storie in cammino. Restituire loro la complessità significa migliorare non solo gli interventi professionali, ma la qualità delle relazioni nella nostra comunità.

Rossella Spiteri

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