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Martin Lutero, grande riformatore e profeta della borghesia

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15 Giugno 2017

Egregio direttore,

avendo letto le esternazioni ecumeniche di don Emilio Vanoni, ancora una volta devo esprimere il mio pressoché completo disaccordo con i giudizi superficiali ed emotivi, quindi erronei, che don Emilio esprime sulla figura di Martin Lutero e sul significato storico della Riforma protestante. L’unico merito che riconosco a don Emilio è, peraltro, quello di aver giustamente richiamato l’attenzione sull’importanza e sulla forza della personalità di quell’ex monaco agostiniano che risponde al nome di Martin Lutero. In questo mio succinto profilo prendo le mosse dall’eco profonda che la figura di Lutero non poteva non avere, così allora come oggi, nelle file della socialdemocrazia tedesca. Correva l’anno 1890 quando Antonio Labriola, il primo e forse maggior teorico marxista del nostro Paese, diede inizio ad una corrispondenza di eccezionale interesse con Friedrich Engels, cofondatore, insieme con Karl Marx, del socialismo scientifico e prestigioso rappresentante della Seconda Internazionale, e con Filippo Turati, fondatore della rivista “Critica Sociale” ed esponente di primo piano del movimento socialista che di lì a poco, nel 1892, si sarebbe costituito in partito socialista. Un documento importante dell’impegno pratico profuso da Labriola nella formazione di tale partito è costituito, a questo proposito, dal messaggio di saluto al congresso della socialdemocrazia tedesca, tenuto a Halle nell’ottobre del 1890, che Labriola redasse d’accordo con Turati. In esso troviamo l’auspicio di un rapido progresso del movimento operaio internazionale, insieme con affermazioni classicamente marxiste, e una conclusione molto significativa, che vale la pena di riportare: «Voi congregati ad Halle potrete esclamare come Lutero innanzi alla Dieta dell’Impero: «Noi siamo qui e noi non possiamo altrimenti» [frase che in tedesco suona: “Hier stehe ich, und kann nicht anders”]. Ma non soggiungerete come Lutero: “Dio, aiutaci”, anzi direte: “questo è il fatto della storia”; – e in tale sentimento è la insegna e la sicurtà del nostro diritto. Salute e fratellanza!».

Così Antonio Labriola, sul finire del XIX secolo, evocò in terra tedesca il protagonista della Riforma protestante. Avrebbe potuto aggiungere, se non fosse stata una postilla in qualche misura pedantesca, che allora i socialisti si riconoscevano (e oggi i comunisti si riconoscono) nell’ala rivoluzionaria della Riforma, da cui sarebbero germinati gli anabattisti, negatori, in nome di Dio, del principio della proprietà privata e sostenitori del comunismo religioso ed egualitario, propagandisti ed organizzatori dei moti contadini di quel periodo storico: ala che ebbe come massimo rappresentante Thomas Müntzer. Nel maggio 1525, mentre si estendeva a tutta la Germania la rivoluzione contadina, Martin Lutero fece dunque una scelta forse ancor più importante, per le conseguenze che ebbe, di quella che nel 1520, con grande coraggio e forza d’animo, aveva compiuto davanti all’imperatore Carlo V e alla sua corte in occasione della Dieta di Worms, quando pronunciò la frase famosa citata da Labriola. Il protagonista della Riforma pubblicò infatti, per rafforzare l’appoggio dei principi e della borghesia al suo movimento religioso, uno scritto intitolato “Contro le masnade dei contadini saccheggiatori e assassini”, che conteneva una presa di posizione decisa e durissima contro i contadini in rivolta e in favore delle autorità e dell’ordine costituito. In questo scritto ricorrono anatemi ed incitamenti che fanno rabbrividire per la violenza della repressione che viene invocata: «…essi [i contadini] predano e infuriano e fanno come i cani arrabbiati; da ciò appare…come fosse solo menzogna e doppiezza quello che hanno proclamato nei dodici articoli [si tratta del programma politico-sociale dei contadini]…In questo caso un principe e signore deve pensare d’esser servo e ministro di Dio e dell’ira sua…e che appunto contro tali ribaldi gli è data la spada…Per la qual cosa…ferisca, scanni, strangoli chi può…in obbedienza alla parola ed al volere di Dio…per salvare il prossimo dall’inferno e dai lacci del demonio…questo è il tempo dell’ira e della spada, non quello della grazia».

Per quanto mi riguarda, dopo aver frequentato da giovane per un certo periodo alcune loro comunità come quella valdese, mi sono reso conto che le chiese protestanti sono una superfetazione religiosa della borghesia sia dal punto di vista religioso sia da quello sociale. E qui vorrei soffermarmi in modo epigrammatico, dal punto di vista propriamente teologico, su un punto capitale della riforma luterana, ossia sulla negazione della presenza reale del corpo di Cristo nell’ostia consacrata. È questo un punto che merita di essere approfondito, andando oltre la celebre ‘boutade’ di Voltaire il quale, nel delineare le differenze tra cattolici, luterani e calvinisti rispetto all’eucaristia, soleva dire che i primi ingeriscono il corpo e il sangue di Cristo (transustanziazione), i secondi il corpo e il sangue assieme al pane e al vino (consustanziazione) e i terzi soltanto il pane e il vino (in ricordo della sacra cena).

Orbene, la disputa, come è noto, concerne la presenza simbolica o non simbolica (quindi reale) del corpo di Cristo, talché nella visione cattolica della transustanziazione una persona, un oggetto, un evento è “quello che è” e nel contempo è “allegoricamente” altro, il che significa che esistono livelli d’interpretazione degli eventi biblici che sono al tempo stesso prefigurazione, profezia ecc. Avviene pertanto che l’esistenza concreta, singola e temporale, trova la  sua ragione in un al-di- là di essa, in un adempimento, di cui essa è solo l’anticipazione. Così, l’idea di un’identità che si deve realizzare sia sul piano storico sia sul piano extratemporale è qualcosa che, a mio giudizio, trova conferma tanto nel dogma cattolico della transustanziazione, ove l’ostia è ostia e corpo di Cristo (e ha perciò un significato allegorico), quanto anche in tutt’altro campo, nella sfera della cosiddetta psicologia del profondo, dove come nel sogno una persona o una cosa è quella ed è altro. Concepire questo tipo di contraddittorietà è certamente insostenibile per la logica formale, non per la logica dialettica: basti pensare al valore della merce così come è analizzato da Marx nella prima sezione del primo libro del “Capitale”, valore che, a livello della singola merce, si sdoppia in valore d’uso e valore di scambio. Sennonché, tornando a Lutero, il riformatore sassone aveva torto, nel senso che porre il rapporto tra simbolo (ostia) e cosa simboleggiata (sacrificio di Cristo) equivale ad anticipare la divisione interna, rappresentata in modo paradigmatico dal verso di Goethe che fa dire a Faust nel suo poema: “Zwei Seelen wohnen, ach! in meiner Brust”, che in italiano si traduce nel modo che segue: “Ahimè, due anime  abitano nel mio petto”, laddove l’autore precisa che “l’una si vuol separare dall’altra”): una divisione che è essenziale al mondo borghese in quanto mondo della scissione.

In conclusione, il cinquecentesimo anniversario della Riforma luterana, che cadrà il 31 ottobre 1517 (giorno, secondo la tradizione, in cui il monaco agostiniano affisse le 95 tesi, da lui redatte, sul portale della cattedrale di Wittenberg), se costituisce uno stimolo a discutere ed approfondire, sul piano storico, religioso, politico e teologico, la figura e il pensiero del protagonista di tale riforma, non deve però essere un pretesto per avvolgere in un mistico alone di indeterminatezza ‘ecumenica’ ed immergere in una pesante nebbia di pressappochismo culturale i precisi e talora inquietanti contorni della personalità di Martin Lutero (basti pensare a temi come il cesaropapismo, di cui lo scritto testé citato contro i contadini è un esempio impressionante, l’antisemitismo, le persecuzioni scatenate contro le streghe nei secoli XVI e XVII, che unirono cattolici e protestanti, e il rapporto della Chiesa luterana con il regime nazista). Quei precisi ed inquietanti contorni della personalità di Martin Lutero, che un grande poeta della storia, quale è il nostro Giosuè Carducci, ha saputo cogliere con acume pari alla finezza nel suo sonetto dedicato al grande riformatore, che merita di essere qui riprodotto a titolo di epilogo provvisorio di questo discorso.

MARTINO LUTERO

Due nemici ebbe, e l’uno e l’altro vinse,
Trent’anni battaglier, Martin Lutero;
L’uno il diavolo triste, e quello estinse
Tra le gioie del nappo e del saltero;
L’altro l’allegro papa, e contro spinse
A lui Cristo Gesú duro ed austero;
E di fortezza i lombi suoi precinse,
E di serenità l’alto pensiero.
– Nostra fortezza e spada nostra Iddio –
A lui d’intorno il popol suo cantava
Con l’inno ch’ei gli diè pien d’avvenire.
Pur, guardandosi a dietro, ei sospirava:
Signor, chiamami a te: stanco son io:
Pregar non posso senza maledire.

Eros Barone

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