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Questo liceo mi ha insegnato a diventare adulto

Le matricole entrano all'Insubria
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21 Gennaio 2016

Dopo aver pubblicato la lettera critica di alcuni studenti contro il loro ex liceo, ospitiamo la replica di un altro alunno che propone un punto di vista diametralmente opposto. Lo proponiamo sempre in un’ottica di dibattito sul ruolo della scuola come luogo di crescita e formazione


 

Gentile Direttore,

le scrivo in risposta all’articolo pubblicato  sul sito che riporta una lettera a Lei indirizzata da parte di alcuni ex alunni del Liceo Ferraris, i quali raccontano un’esperienza deludente presso l’istituto. Ebbene, vorrei esporle un punto di vista diverso, condiviso con numerosi miei coetanei e non, che come me hanno vissuto un’esperienza intensa, gratificante e, soprattutto, fruttuosa presso questo liceo, a mio avviso fiore all’occhiello della provincia di Varese (e non solo) ed emblema di una scuola pubblica che funziona.
Ho frequentato il liceo dal 2005 al 2010, il primo giorno di scuola eravamo in ventisette dietro ai banchi. Di questi, solo in dodici abbiamo conseguito il diploma cinque anni dopo. Cosa è successo nel frattempo? Semplicemente abbiamo avuto la fortuna di confrontarci con un sistema che chiede maturità e parecchio impegno.

Chi ha cambiato strada non lo ha fatto a seguito di maltrattamento, non è stato trascurato o lasciato indietro. È stato semplicemente messo di fronte alla verità: i risultati te li devi sudare per guadagnarteli, oggi a scuola e un domani nella vita.

È un sistema che ti fa capire che per fare una scuola come si deve, devi essere disposto a più di qualche rinuncia. E il Ferraris non pretende prestazioni da geni, non è per niente un ambiente elitario per pochi fortunati a cui madre natura ha donato un intelletto superiore. Nient’affatto, è semplicemente un luogo dove l’impegno viene premiato, non tanto con un buon voto, ma con una preparazione che ti garantisce di intraprendere qualunque strada per il tuo futuro, anche la più ambiziosa.

In effetti io e i miei compagni non abbiamo mai dato troppo peso al voto in sé (del resto che valore si può dare ad un semplice numero che, per chi ha cambiato scuola, nel giro di una settimana è passato spesso da un 4 ad un 8?), quello che contava era l’effettiva preparazione e, con il dovuto impegno, la sufficienza era a portata di tutti.

Poi, che fosse un 6, un 7 o un 9, questo è sempre dipeso dal metro di valutazione del professore che, per quanto potesse essere soggettivo, mai ci ha restituito un’insufficienza o una bocciatura a fronte del nostro studio. È un sistema che non lascia spazio a scorciatoie e sotterfugi, che viene ingiustamente giudicato crudele e per niente comprensivo da chi, forse, non ha la maturità di ammettere di non averci messo sufficiente impegno e dedizione. Le regole sono chiare fin da subito: Non hai voluto studiare? prendi 3 e ora datti da fare per recuperarlo, punto. Non hai rispettato una scadenza per un compito? prendi 3, ora te lo devi recuperare, e poi vedi se la prossima volta trascuri di nuovo il tuo dovere. Non hai capito un concetto? Ti verrà rispiegato, ma se non ti studi almeno la teoria che ne è alla base, non aspettarti che il professore faccia il lavoro al posto tuo.

È a mio avviso un approccio che mi ha responsabilizzato e fatto crescere molto, facendomi toccare con mano le conseguenze di eventuali mie mancanze. In poche parole, mi ha fatto diventare adulto ed è questo il più grande insegnamento che ho ricevuto e che mi fa dissentire da chi accusa il Ferraris di “trascurare la responsabilità educativa”. Niente affatto. Anzi, ad essere trascurato è il valore, per esempio, del mero voto di maturità (con il quale i ragazzi che le hanno scritto si sono invece fatti i conti in tasca) che sappiamo tutti essere per nulla indicativo quando paragonato a quello dei nostri coetanei provenienti da tutta Italia, le cui realtà scolastiche sono spesso differenti.

Viene invece data più importanza alla forma mentis che viene trasmessa, quella che mi servirà un domani in un qualunque contesto lavorativo che, probabilmente, sarà ben lontano dalle nozioni di latino, chimica o filosofia apprese in aula, ma avrà alla base i medesimi presupposti, ovvero senso di responsabilità, dedizione ed impegno.

Chi decide di “fuggire” dal Ferraris, prima di puntare il dito contro l’istituto dovrebbe chiedersi se è davvero il percorso di studi che fa per lui, se davvero si è impegnato al massimo e poi darsi una risposta sincera. Deve avere l’onestà intellettuale di riconoscere che là nelle scuole dove una verifica è fatta a seguito di un “ripasso molto mirato”, là dove puoi decidere tu quando e su quale argomento farti interrogare… beh, non è una scuola più comprensiva e più attenta alle esigenze degli studenti, semplicemente sta permettendo all’alunno di percorrere una via meno ripida (non per questo sbagliata e meno dignitosa!).

Resta il fatto che la fisica non la si inganna, una via meno ripida è sì più facile, ma porta meno in alto. E allora GUAI a intaccare un’eccellenza come il Ferraris, perché chiunque abbia voglia di rimboccarsi le maniche ha tutto il diritto di poter scegliere quanto ripido deve essere il suo percorso di studi senza essere costretto ad accontentarsi di una strada più facile (magari in una scuola privata?) ma che inevitabilmente non può farti raccogliere più di quello che semini.

A distanza di quasi sei anni dall’ultima campanella, io e molti miei compagni di scuola non solo ci siamo già affacciati al mondo del lavoro, ma lo abbiamo fatto realizzando i nostri sogni, quelli che coltivavamo già da più piccoli. E siamo ben consapevoli che le capacità per arrivare a tali risultati, dopo aver superato brillantemente gli studi universitari, non sono un dono piovuto dal cielo, ma il frutto dell’impegno profuso durante le scuole superiori. Provare (anzi, studiare!) per credere.

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