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Immigrazione e Islam, non difendo la religione cristiana

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21 luglio 2015

Signor Felice rispondo a Lei come al signor Sabbadini per premettere che il mio intervento non era finalizzato a difendere la religione Cristiana. In quanto laico convinto lascio la sua professione alla sfera personale di ciascun individuo e nemmeno è mia intenzione giudicare nel merito la religione Islamica in quanto tale i cui precetti vengono osservati con molta più coerenza e dedizione dai propri fedeli rispetto a quanto avviene da chi si professa da noi cattolico.

Il mio intervento ha per oggetto il problema dell’inserimento di questi immigrati di fede islamica, sia che siano clandestini che rifugiati politici, in un contesto come quello occidentale culturalmente laico e materialista.
Nessuno può negare che la loro cultura, i loro usi e costumi, la loro stessa vita è impregnata dalla religione ed il rischio che questo inserimento non avvenga o avvenga male è molto alto.

I problemi che ha la Francia, che su questo argomento ci ha preceduto da decenni per motivi coloniali, nelle periferie di città come Parigi e Marsiglia sono l’esempio di una pessima gestione che ha provocato e provoca periodicamente tensioni che scaturiscono in scontri e violenze.
Collocare in interi agglomerati di periferia delle grandi città la quasi totalità di questi immigrati non produce inserimento o multiculturalismo come viene inteso dai ben pensanti che vivono non sfiorati da questi problemi, ma ghettizzazione con la conseguenza di alimentare razzismo, odio etnico e culturale a fasce di popolazione di ceto medio basso o peggio ancora da ambo le parti riducendo a zero il confronto culturale.

Vogliamo anche noi gestire in questa direzione questi immigrati creando delle comunità avulse dal Paese che li ospita terreno ideale di potenziali terroristi come avviene in Francia creando solchi culturali netti in nome di una accoglienza che poi li scarica senza una strategia di medio e lungo termine? O è più opportuno regolare con serietà il flusso migratorio garantendo con i mezzi e le risorse a disposizione le condizioni affinché questi immigrati possano conciliare la loro fede con la cultura laica dell’Occidente.

In merito alle colpe dell’Occidente sullo sfruttamento e la destabilizzazione politica di interi Stati tra cui alcuni Paesi Arabi di cui come singolo cittadino non mi sento in colpa (anche se poi ci scordiamo che il nostro tenore di vita ne ha beneficiato in questi decenni), faccio presente che siamo in buona compagnia dato che le destabilizzazioni e lo sfruttamento delle risorse altrui sono la costante, nei secoli passati, di tutte le potenze militari ed economiche egemoni del momento, nessuna esclusa.

Commenti

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  1. Scritto da Felice

    Ogni movimento di persone e popoli (chiamiamola pure immigrazione) genera inevitabilmente isolamento e una possibile ghettizzazione. Questo è dovuto da due fattori: la diffidenza dei nativi verso lo straniero e la difficoltà di integrazione dello straniero stesso, difficoltà derivante da motivi culturali, ideologici, religiosi o semplicemente di lingua.
    Questo si verifica in ogni civiltà ed in ogni epoca. Per riuscire a mitigare questi aspetti occorre definire poche e semplici regole e soprattutto farle rispettare, non chiudersi a riccio, non fare barricate o muri, cercare di stabilire punti di contatto. Questa apertura deve essere ovviamente corrisposta altrimenti si perde ogni diritto. Se non si è disposti a fare questo allora bisogna avere la coscienza di dire semplicemente che il proprio paese rimane isolato dal mondo e quindi scordatevi i lavoratori in nero nelle fabbriche, i raccoglitori stagionali di pomodori e tutti quei lavori che gli italiani non sono disposti più a fare. Insomma, o siamo sul modello Australiano oppure dobbiamo cercare di non pensare all’immigrato solo come una risorsa da sfruttare finchè fa comodo per poi scaricare, oppure peggio, come un possibile serbatoio di voti. Se si fa questo errore poi la massa si rivolta contro in quanto tradita.
    E’ come la questione ROM, problema irrisolto in questo paese che rimarrà tale finchè non foraggerà la solita criminalità organizzata.