Spagna, dalla A di Aznàr alla Z di Zapatero
22 Aprile 2005
Egregio direttore,
a guardarla dall’Italia, la Spagna appare radicalmente cambiata: dalla A alla Z, dalla A di Aznàr alla Z di Zapatero. Probabilmente questo accade perché, a differenza di quanto accade in Italia, in Ispagna tutto cambia molto in fretta.
Così, a distanza di un anno dalla vittoria elettorale e dal discorso d’investitura, l’impressione che riceve un osservatore italiano è che José Luis Rodríguez Zapatero abbia colpito duro e veloce.
In politica internazionale vi è stato il ritiro immediato dei 1300 soldati spagnoli dall’Iraq; il distacco dalla coppia Bush-Blair e l’intesa con la coppia Chirac-Schröder, che rappresenta il corazón franco-tedesco dell’Unione Europea; il mutamento di politica verso Cuba, con l’abbandono della linea ‘muro-contro-muro’; il ruolo di protagonista assunto dalla Spagna, e attuato volutamente attraverso l’Onu, nel lancio di una Alianza contra el ambre, a fianco di Lula e Chirac, e nella proposta di una Alianza de civilizaciones fra l’Occidente e il mondo arabo-islamico contro la guerra di civiltà e il
terrorismo.
Ma anche nel campo dei diritti umani e civili la svolta è stata altrettanto rapida e clamorosa, come stanno a dimostrare le leggi sul divorzio e sull’aborto, la presentazione di una legge «integrale» contro la violenza sulle donne, la conferma di una «discriminazione positiva» di genere (già applicata dallo stesso governo, nel quale 8 dei 16 ministri sono donne), fino alla legalizzazione ed equiparazione dei matrimoni gay, che ha convertito quella Spagna, che ai nostri occhi di osservatori esterni, forse un po’ condizionati da certi cliché folcloristici duri a morire, è sempre apparsa tradizionalmente macha, nel terzo paese al mondo, dopo Olanda e Belgio, a «farla finita con secoli di discriminazioni» contro i «maricónes», che in Italia non piacciono al clericale Buttiglione e Tremaglia.
In politica interna mi sembra che il cambio sia stato meno vistoso e rapido di quelli compiuti nella politica internazionale e nella politica dei diritti civili. Probabilmente perché Zapatero si trova a dover affrontare problemi difficili e complessi: la ridefinizione delle autonomie regionali in una Spagna «plurale» dopo gli anni caratterizzati dalla parola d’ordine di origine franchista che aveva orientato la politica del governo precedente (la España una, grande y libre); l’immigrazione, in un paese che come l’Italia si è ormai trasformato da esportatore a importatore di persone; la minaccia del terrorismo legata a entrambi questi nodi, con quello basco operante da 30 anni e con quello islamico, che ha mostrato tutta la sua atroce barbarie l’11 marzo 2004; una linea decisamente laica e non più concordistica verso la Chiesa cattolica.
Anche in questo caso Zapatero ha preso il toro per le corna (siamo in Spagna):
il governo spagnolo ha attuato una maxi-sanatoria e ha detto, prima ancora che la stessa Unione Europea la condannasse, di essere contrario alla politica del governo italiano, consistente nel creare, d’intesa con la Libia, campi d’accoglienza in Africa, e nel caso specifico in Marocco, in cui ricacciare e abbandonare al loro destino i migranti presi subito dopo lo sbarco sulle sue rive.



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