Tassa sulla salute – una riflessione personale
19 Dicembre 2025
Questo testo nasce a seguito della pubblicazione odierna in Gazzetta Ufficiale del decreto relativo alla cosiddetta “tassa sulla salute”. Scrivo quanto segue a titolo strettamente personale, senza alcuna volontà di fomentare polemiche, né di invitare a proteste aggressive o conflittuali.
Ritengo corretto chiarire fin da subito un punto essenziale: il principio di contribuire ai costi del sistema sanitario non mi è estraneo né inaccettabile. La solidarietà è un valore, e una forma di contributo può essere anche equa.
Ciò che contesto, e che mi preoccupa come cittadino italiano e come frontaliere “vecchio”, è il modo in cui la tassa sulla salute è stata strutturata.
In particolare:
– la retroattività della misura, che incide su scelte già compiute in buona fede;
– il ricorso all’autocertificazione, con responsabilità e rischi rilevanti trasferiti integralmente sul contribuente;
– i procedimenti previsti in caso di omissioni o errori, anche non dolosi.
Un’ulteriore criticità riguarda la determinazione della base imponibile: la norma non chiarisce quale tasso di conversione utilizzare per il calcolo del salario netto. Per il 2024 è disponibile il tasso medio pubblicato dalla Banca d’Italia, mentre per il 2025, sarà disponibile solo nella prima parte del 2026, creando incertezza per i frontalieri che devono pagare entrambe le annualità.
Questi elementi, nel loro insieme, danno la sensazione di una rigidità amministrativa verso cittadini italiani che hanno esercitato una scelta lavorativa pienamente legittima, conforme alla Costituzione e alle normative europee e bilaterali tra Italia e Svizzera. Per questo motivo, a titolo esclusivamente individuale, ho deciso di manifestare il mio dissenso in modo formale, civile e trasparente, attraverso strumenti istituzionali messi a disposizione di ogni cittadino.
In particolare:
– una segnalazione al Garante del Contribuente, per sottoporre i dubbi relativi alla retroattività della norma e alla tutela della buona fede del contribuente;
– una comunicazione alle istituzioni europee competenti, per rappresentare le perplessità circa la compatibilità della misura con i principi di libera circolazione, lasciando ogni valutazione alle autorità competenti;
– un’informazione agli amministratori locali, affinché siano consapevoli dell’impatto concreto di questa misura sulle famiglie dei territori di confine.
Non si tratta di sottrarsi ai doveri fiscali, né di “fare rumore”, ma di chiedere attenzione, proporzionalità e chiarezza.
Qualunque sarà l’esito di questa vicenda, rimarrò comunque felice e orgoglioso della scelta di essere diventato frontaliere. Una scelta fatta per merito, per capacità di adattamento e per la libertà – che ritengo fondamentale – di poter scegliere dove lavorare.
Rimane tuttavia l’amarezza di sentirsi spesso un cittadino in una posizione di limbo: spesso penalizzato nelle condizioni lavorative in Svizzera mentre lavora, e penalizzato in Italia proprio perché lavora in Svizzera. Un cittadino che esiste pienamente quando deve pagare le tasse – spesso più di altri – ma che rischia di diventare invisibile quando si parla di diritti. È un peccato, perché questa condizione rischia di trasformare sempre di più il frontaliere in un vero e proprio “cittadino fantasma”: presente fiscalmente, ma assente politicamente e socialmente.
Condivido questa riflessione nella speranza che il dialogo, anche critico ma rispettoso, resti uno strumento possibile e utile in uno Stato di diritto.
Un frontaliere



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