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Vacuità e monotonia del fondamentalismo filo-occidentale e anticomunista

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21 Luglio 2005

Egregio direttore,

essendo la superfetazione ideologico-politica di una squallida ‘coazione a ripetere’, gl’interventi di Massimo Galli non meriterebbero né cenni né risposte. Tuttavia, la sua ultima esternazione si segnala, oltre che per la consueta vacuità e monotonia, anche per l’intento provocatorio ìnsito nel falso problema dei ‘due Martignoni’ (quello comunista e antimperialista e quello membro della segreteria provinciale della Cgil). Naturalmente, Gianmarco, rispondendo al suo omologo Luca Cattaneo, ha già risposto al predetto signore e sarà lui a valutare se valga la pena di ridicolizzare gli sprovveduti, finti o reali che siano, i quali si meravigliano del fatto che nella più grande organizzazione di massa del nostro Paese siano presenti, attivi e spesso egemonici militanti e dirigenti marxisti e comunisti.
Orbene, dal momento che il presupposto a cui sono avvinghiati gli epigoni locali del fondamentalismo filo-occidentale è quello che si riassume nel ritenere che comunismo e libertà siano incompatibili (il che spiega la loro considerazione per un partito liberaldemocratico e anticomunista come i Ds), mi servirò di un’ipotesi biografica controfattuale per formulare la mia posizione.

Ritengo infatti che occorre sempre sapere non solo da che parte si sta (e io sto dalla parte della rivoluzione socialista cubana e della politica anti-egemonica cinese, entrambe contrarie all’imperialismo statunitense), ma anche da che parte si sarebbe stati. Così, durante la prima guerra mondiale sarei stato il contadino russo che aderiva alla parola d’ordine rivoluzionaria di Lenin, il quale incitava a sparare non contro il soldato operaio tedesco, ma contro i generali zaristi; durante il ‘biennio rosso’ avrei occupato le fabbriche; il 21 gennaio del 1921 a Livorno mi sarei spostato dal teatro Goldoni al teatro San Marco; dopo il 1925 sarei diventato un militante antifascista clandestino; sarei andato poi a combattere in Ispagna con le brigate internazionali organizzate dai comunisti; a partire dal settembre del 1943 sarei andato in montagna a combattere nelle file della Resistenza contro il nazifascismo, provando per la prima volta dopo il Risorgimento la fierezza di essere italiano; avrei aderito, infine, a quel capolavoro di tattica politica che fu la svolta di Salerno decisa da Togliatti.
Queste sono le scelte che avrei fatto se avessi appartenuto alle generazioni che hanno lottato, spesso sacrificando la loro vita, per il comunismo e per la libertà. Davvero, è un piccolo uomo chi dimentica una simile epopea: un piccolo uomo anche rispetto al modello di civiltà in nome del quale pensa di dover contrapporre quelle due idee, poiché dimostra di non sapere (e di non capire) che, senza la rivoluzione sovietica, la libertà dal bisogno, sostanza reale di tutte le altre libertà, non sarebbe mai stata né proclamata da Roosevelt nel discorso sulle ‘Quattro libertà’ (6 gennaio 1941), né riaffermata, insieme con Churchill, nella ‘Carta Atlantica’ (14 agosto 1941), né sancita nella ‘Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo’ (10 dicembre 1948), né posta al centro della nostra stessa Costituzione (1° gennaio 1948).

Eros Barone

Mornago, 21 luglio 2005.

Eros Barone

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