Dani Kouyate, l’artista “griot” che insegna l’incontro umano

Uno stage dell'attore del Burkina Faso organizzato da Melisandra e Kaleidoskopio ci ha permesso di scoprire un intellettuale di grande spessore

Dani Kouyate, attore e regista del Burkina Faso, è stato a Verbania la scorso week end per uno stage sulle tecniche di espressione organizzato dall’associazione Melisandra e dalla cooperativa Kaleidoscopio, due realtà estremamente vivaci sul tema dell’incontro tra culture. L’artista africano vive in Svezia, produce i suoi film in Francia, e li realizza in Africa. E’ erede di una tradizione orale, i griot, che gli ha insegnato a raccontare storie e tramandare i valori del suo popolo. Suo padre è stato il primo attore moderno del Burkina Faso. Il suo lavoro artistico è segnato dalla ricerca della autenticità.

Dani, sei un regista che lavora con insegnanti ed educatori, perché?

“Vengo dal mondo del cinema, il teatro è il mio piacere, ed è anche la mia scuola permanente, ma è l’incontro umano ciò di cui si alimenta la mia arte. E’ il mio lavoro mi porta a fare stage come questo, momenti di cambio  riflessione”

Quali sono i tuoi riferimenti culturali?

“È una domanda che mi pone la questione dell’identità. Noi africani per definizione siamo meticci. Io ho lingua materna, ma da quando avevo 7 anni faccio i conti e penso in francese. Sono ricco di tante cose, i miei riferimenti sono ad esempio Fellini, Jean Cocteau e Charlie Chapln, ma le mie radici artistiche vengono da mio nonno griot. Eppure guardo Chaplin e ci vedo la semplicità del lavoro di mio nonno, anche se vi può sembrare strano”.

Hai come formazione il cinema occidentale e i racconti orali africani, ma cosa hanno in comune?

“Un griot è un cantore di storie in una società orale. Anche il cinema racconta delle storie. Ma dobbiamo intenderci. In occidente la cultura orale  viene definita in modo peggiorativo, quando si dice che la nostra storia è senza scrittura, è un modo negativo di presentarci. Ma il griot è invece la memoria di un popolo, è una biblioteca umana della società, e ha questa responsabilità. Mio nonno ha insegnato a mio padre la storia del mio popolo. Quando lui raccontava, nessuno si annoiava, era assolutamente incredibile starlo ad ascoltare. Ecco, quando scrivo per il cinema, io penso sempre a lui e al fatto che il cinema è uno strumento per raccontare storie. Il diavolo invece è la noia”.

Che cos’altro hanno in comune, ad esempio Charlie Chaplin e tuo nonno?

“Chaplin racconta grandi storie, ha fatto ridere il mondo intero, con un cinema molto semplice, con una camera fissa, e senza effetti speciali. Mio nonno non aveva effetti speciali per far ridere o piangere. L’importante, è il messaggio, non il mezzo”.

Hai parlato di meticciato, che cosa ti interessa dell’incontro tra le culture?

“L’universalità. Ci sono degli  autori che sono davvero universali. Mi interessano molto, ad esempio, Goehte, Ibsen, Dario Fo, di cui ho messo in scena in Burkina la commedia “Non si paga”. Tutti quelli che trattano di questioni umane sono interessanti, perché al fondo abbiamo tutti gli stessi denominatori”.

Credi nell’incontro tra Occidente e Africa?

“Sì ma dobbiamo intenderci. Per noi c’è il problema del concetto di sviluppo, di quale sviluppo abbiamo bisogno? Un problema che si riflette anche nel cinema africano, con il tema tradizione-modernità. Il punto è che la cultura occidentale è arrivata da noi con la violenza. Lo si vede anche dalle città. Oggi le capitali africane sembrano occidentali, senza avere i mezzi per contenere le cose che contiene una città occidentale. Inoltre, ci sono stati investimenti ipocriti della banca mondiale, fatti senza tenere conto di aspetti umani, culturali, sociologici. C’è un aneddoto che spiega bene questo stato di cose: in un villaggio le donne vanno a prendere acqua a 5 km. Arriva la banca mondiale e pensa che è una tragedia; finanzia la costruzione di un corso di acqua accanto al villaggio, senza chiedere nulla alle donne. Che infatti non lo usano, vanno ancora a 5 km. Perché? Perché loro hanno bisogno di una distanza di libertà dal villaggio, hanno bisogno di stare sole; se rimangono lì, perdono libertà, e questo la banca mondiale non lo capisce”.

Dunque l’incontro pone tanti problemi preliminari, pensi che sia necessario approfondire meglio l’identità di ciascuno perché sia fecondo?

“Quando dico che noi africani siamo meticci, dico una cosa  ideale. In realtà io sono a brandelli, la devo costruire una identità. Devo spiegare cosa vuol dire essere africano: un italiano può dire sono italiano, un africano ha bisogno di definirsi, costruirsi”.

 Ecco, ad esempio, la perdita di una tradizione orale come i Griot è un dato che indebolisce l’identità dell’Africa?

“Non solo l’Africa. Anche le società occidentali stanno perdendo i loro valori tradizionali, come i trovadori italiani di un tempo. Eppure la tecnologia ci dà delle opportunità. Mio padre è stato il primo attore di cinema del mio paese, e  mi disse di usare mezzi moderni. E’ stata una opportunità, ora il cinema può aiutare a evolvere. Va usato lo strumento senza deformare né se stessi né lo strumento. Internet, ad esempio, è una chance. Quando ho studiato in Africa da giovane,  c’erano 10 libri nella biblioteca di cinema; ora gli studenti vanno su internet e ne trovano 1000. E non credo che il web o le altre tecnologie, diminuiscano la vera cultura. La vera riflessione è come non esserne prigionieri”.

Abbiamo parlato di cinema, teatro, culture e incontro tra culture torniamo alla stage, c’è tutto questo nel lavoro che hai fatto a Verbania?

“Quello che sei, emerge nel tuo lavoro. La cosa più importante, nel lavorare con me, è essere se stessi, con la propria verità, autentica. Il solo modo per essere universali è essere veri, e infatti qualcuno dice che l’universalità è come una montagna dove si trovano tutte le cose più belle di ogni cultura”

Che cosa c’è nelle sessioni di teatro con te?

“Da un lato le normali tecniche di teatro. Tuttavia non c’è un metodo, ma il piacere, la generosità, l’ascolto, la condivisione. Tutti questi elementi umani. Si costruiscono degli esercizi, anche banali, ma l’importante è riflettere su questi temi, che sono le materie del lavoro quotidiano di tutti, anche dell’attore”.

L’autenticità è un valore per un artista, ma credi lo sia per qualunque lavoro, anche per chi magari lavora in borsa?

“La complicità è una questione che riguarda tutti, Se non sei autentico è un tuo problema, ti manca la libertà. C’è un proverbio che dice: se non sai dove andare, torna da dove sei venuto. C’è molta gente che non cerca l’autenticità. Ma io sono un creativo, un artista, e se non preservo la mia autenticità sono perduto. Magari chi lavora alla borsa no, se sarà autentico guadagnerà forse di meno…”

Sei un artista africano che vive in Europa,come vivi la campagna anti immigrati che sta infiammando l’Europa?

“E’ una situazione tragica. Ma anche la condizione di molti immigrati mi angoscia. Ho vissuto 20 anni in quartiere popolare di Parigi, e ho visto che ci sono degli anziani che non hanno strumenti per capire il mondo in cui sono, e così lo trasmetteranno ai figli. Il risultato è che i giovani sono in un ghetto già dalla nascita. L’immigrato così ha gli odori e le sensazioni del suo paese, ma non è nel suo paese. E il governo non si occupa di loro. Bisogna fare qualcosa. Ma c’è anche speranza. E’ solo una questione di tempo, il melange delle culture è inarrestabile e chi comanda dovrebbe saperlo. Il problema è che l’occidente non sa guardarsi con occhio distaccata e ha tanta paura del futuro”. 

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 15 settembre 2009
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