Rivoluzione a palazzo e in strada: il presidente Ben Alì fugge in aereo

Clamoroso sbocco delle contestazioni di piazza per il prezzo dei generi alimentari: finiscono 23 anni di regime. Al potere a Tunisi un direttorio, presidente provvisorio il premier Ghannouchi. Aeroporto chiuso, voli sospesi

È fuggito nel pomeriggio di oggi dalla Tunisia il presidente Zine el Abidine Ben Ali: dopo 23 anni di dittatura incontrastata, ha abbandonato il campo dopo settimane segnate dall’improvviso impennarsi della tensione per le proteste popolari legate al carovita, con imponenti manifestazioni di popolo per le dimissioni immediate del capo dello Stato. Il potere è stato preso a Tunisi da un direttorio di sei membri; il presidente provvisorio è ora Mohammed Ghannouchi, il primo ministro uscente, da molti anni al governo sotto Ben Ali. Si parla di un "golpe mascherato" con l’assenso delle forze armate. Il neopresidente ad interim Ghannouchi ha lanciato un appello all’unità, aprendo a partiti e società civile, e annunciato elezioni fra sei mesi, nel frattempo il paese è sotto stato d’emergenza, con divieto d’assemblea e forze armate autorizzate a sparare in servizio d’ordine pubblico: ma proseguono gli incidenti e si registrano altre vittime. Quale suo ultimo atto il 74enne Ben Alì aveva destituto il governo e annunciato elezioni. Il presidente fuggito si sarebbe diretto in un primo momento nella vicina Malta, ma sarebbe diretto in Francia, l’ex potenza coloniale, che avrebbe però negato l’accesso. Alle ore 23 di venerdì il suo aereo era segnalato all’aeroporto di Elmas a Cagliari (la notizia è stata poi smentita: sarebbe invece atterrato a Gedda in Arabia Saudita ndr). Singolare destino per il regime fondato dal precedessore di Ben Ali, il padre della patria Habib Bourghiba, leader dell’indipendenza (1956), che tra gli altri europei espulse molte decine di migliaia tra italiani e loro discendenti, in gran parte nati e cresciuti in Tunisia sotto il colonialismo francese. Sembra ora che in serata vari tra i parenti del leader fuggito siano stati arrestati. Da Washington il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, commentando gli sviluppi, ha invitato ad evitare violenze e auspicato elezioni libere. L’aeroporto di Tunisi è stato chiuso temporaneamente dall’esercito. Alitalia ha sospeso tutti i voli da e per la Tunisia fino a lunedì 17 gennaio.

Quello odierno è lo sbocco, di inattesa subitaneità, di una crisi montata letteralmente in poche settimane a causa di proteste crescenti contro il costo dei generi alimentari e la disoccupazione. La miccia era stato il tragico gesto di un povero ambulante datosi alle fiamme nella città di Sidi Bou Zid dopo il sequestro dei suoi pochi mezzi di sussistenza. Non sono bastate le promesse insolitamente generose avanzate giovedì da Ben Ali alla televisione, fra cui un netto taglio ai prezzi di pane, zucchero, carne, e la fine della repressione armata delle manifestazioni. Segno, forse, che il presidente aveva ormai perso il controllo dei gangli vitali dello Stato.
Ben Ali e familiari, a partire dalla moglie Leila, erano stati fin lì i veri padroni del paese: tanto più incredibile appare la sua caduta proprio quando gli analisti internazionali lodavano, se non la democraticità (irrisoria), almeno la stabilità del quadro dei Paesi del Nordafrica. La presidenza era il culmine di una carriera che dai ranghi dell’esercito, dove aveva studiato anche ina ccademie franesi e statunitensi, e dalla guida del ministero dell’Interno aveva portato Ben Ali ad essere formalmente investito come "delfino" di Bourguiba poco prima di destituirlo, ufficialmente per ragioni di età e salute, nel 1987. Da allora, le rielezioni si erano susseguite, con percentuali che avrebbero fatto arrossire persino i proverbiali comunisti bulgari di osservanza sovietica, finchè con sarcastico gioco di parole fu soprannominato Ben a vie ("Ben a vita"). Fra i risultati del suo regime, il contenimento "energico" (leggi: carcere e tortura) delle infiltrazioni integraliste, mentre la vicina Algeria conosceva un tragico bagno di sangue e persino la Libia aveva qualche problema; l’apertura del paese all’investimento estero, e non solo in campo turistico; alcuni passi compiuti per il miglioramento della condizione femminile.
Nei documenti "desecretati" alla sua maniera da Wikileaks i giudizi dell’ambasciata americana non erano tuttavia teneri (una "quasi-mafia" costruita intorno alla famiglia presidenziale, un Paese in cui cresce la corruzione). Il paese però sembrava in apparenza tranquillo, fino a un mese fa, a parte la consapevolezza della repressione degli spazi di reale confronto politico – in altre parole, della democrazia.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 14 gennaio 2011
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