La Supsi, ieri oggi e domani

Il direttore generale Franco Gervasoni traccia un bilancio dei primi vent'anni di storia dell'università ticinese

“Visione, missione, valori e principi guida rappresentano gli aspetti cardine della filosofia istituzionale della Scuola, rafforzandone l’identità e l’identificazione dei suoi collaboratori, studenti e Alumni con la stessa”.

Parte da queste brevi frase la storia della Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana. “Fondata sul diritto federale, – come si legge sul sito istituzionale – la SUPSI è un ente autonomo di diritto pubblico istituito dal Cantone Ticino con legge dell’11 marzo 1997, che ha integrato preesistenti scuole di specializzazione e istituti di ricerca pubblici e privati. Le origini della più antica risalgono ai corsi di architettura avviati nel 1852 a Lugano per iniziativa di Carlo Cattaneo”.

Il direttore generale Franco Gervasoni lavora in università fin dalla sua fondazione. In una lunga intervista affronta diversi temi che riguardano l’ateneo e la relazione con il territorio e l’Italia.

Vent’anni di storia: com’è cambiata la Supsi?
«Sono cambiate tantissime cose. A livello macro sicuramente le dimensioni. Siamo partiti ereditando delle scuola precedenti e oggi siamo 1000 collaboratori, 4.500 studenti, corsi per 30 discipline e facciamo 25 milioni di franchi di ricerca e servizi all’anno».

Quanti italiani la frequentano?
«Circa 900, ripartiti in modo non omogeneo tra le diverse discipline. Noi formiamo per il mercato del lavoro, quindi i numeri che accogliamo sono in tutte le discipline proporzionati agli sbocchi lavorativi dato che l’80% lavora nel territorio. Ci sono discipline in cui i residenti coprono il fabbisogno, come fisioterapia o insegnamento. Poi ci sono discipline più aperte sia negli studi e sia nel lavoro dove gli italiani hanno un’opportunità di studio e di lavoro successivo».

Che interlocutore è stato Supsi per il territorio?
«I numeri parlano da soli: noi abbiamo laureato 7.500 persone in questi 20 anni e 7000 lavorano nel cantone. Già il fatto che queste persone sono occupate sul territorio è un valore aggiunto che noi abbiamo dato. Poi la formazione continua è stato un cambiamento epocale per il Ticino: 20 anni fa la facevi ogni tanto a Zurigo e oggi è diventato un dovere. Poi c’è anche la ricerca applicata. Il fatto che ci sia una realtà che sviluppa 200 progetti all’anno è terzo elemento di crescita straordinario per il territorio».

Leggevo un po’ sul vostro sito e c’è una frase folgorante: “Solo il dubbio stimola la nuova conoscenza”. E’ davvero una filosofia di fondo?
«I principi ispiratori sono tanti. E’ chiaro che oggi ci si rende sempre più conto che spesso formulare la domanda giusta è più importante di trovare la risposta, perché più o meno la si trova. O sulla rete o tra i contatti si trovano le risposte alle domande che hanno un senso. Quello che oggi non è facile è insinuare il dubbio o la curiosità per costituire buone domande, in tante discipline. Noi abbiamo sviluppato tutta una serie di nuove metodologie didattiche legate molto ai bisogni e alla realtà pratica. Perché spesso è nella realtà pratica dove sorgono le domande concrete, e lo studente non sa assolutamente di cosa si tratta all’inizio. Quindi cerchiamo di costruire con lui questo modo di pensare che porta a stimolare il formulari la domanda e la curiosità verso la conoscenza. Non è così scontato».

Quanto è cambiata la Supsi con il digitale? Quanto ha inciso sul vostro cammino?
«C’è stata una pervasività dell’informatica in tute le attività. C’è una triplice sfida. Una prima, difficilissima, è capire come adeguare i contenuti della didattica ai ragazzi che arrivano, come facciamo ad adeguare le nuova skills. Sta cambiando anche il mondo del lavoro che è molto più dinamico e noi dobbiamo dare gli strumenti per questo mondo del lavoro. E poi noi dal 2010 abbiamo integrato la scuola pedagogica, quella che forma tutti gli insegnanti del cantone: qui c’è la grande sfida del digitale: come queste formazioni di base di devono e possono adeguare per non essere completamente superate dagli eventi. E’ un grandissimo tema perché tocca l’aspetto didattico, infrastrutturale, culturale. Dobbiamo fare davvero qualcosa di decisivo perché c’è una digitalizzazione privata che è supersonica, mentre a scuola è lentissima. Criticare questa lentezza è facile, ma quando poi si cerca di capire nel concreto come andare ad interagire in queste cose è veramente una sfida importante».

Che sinergie ci sono con le altre università, anche italiane?
«Noi abbiamo tante collaborazioni bilaterali. Poi ci sono tutta una serie di interventi su progetti europei con reti. Quello che non è semplice -anche per la dimensione delle università italiane -è riuscire noi come Supsi ad avere le strutture per costruire qualcosa di istituzionale. Ho visto tante situazioni e dovremmo investire tante risorse ed energie, ma il risultato non è assicurato. Quello che noi dobbiamo coltivare di più è riuscire ad approfittare meglio dell’organizzazione svizzera, unica in Europa, che governa le 40 istituzioni universitarie all’interno della confederazione. Però l’interesse al know how, al sapere e alle aziende del nord Italia è totale, l’interazione intensa ma per ora preferiamo un bilaterale concreto».

Quale relazione ha visto tu tra locale e globale, com’è cambiato?
«Noi siamo legati al Canton Ticino e quindi cerchiamo di capire quello che il territorio ha bisogno da noi per svilupparsi. Ed è chiaro che siamo in un momento storico particolare, dove c’è un piano politico in cui la pancia si muove verso una situazione molto chiusa, e invece una realtà delle aziende e delle istituzioni universitarie che devono invece dare una visione aperta nel mondo. Questa apertura dobbiamo assicurarla ai ragazzi che vengono a studiare da noi perché il mondo oggi si muove su un piano che non è quello che viviamo nel quotidiano delle ideologie politiche. Da questo punto di vista è una situazione complessa che dobbiamo cercare di vincere se vogliamo essere utili al territorio. E’ chiaro anche che la conoscenza può giocare secondo me un ruolo fondamentale. Quello che noi dobbiamo riuscire ad essere è un’antenna per intercettare quello che si muove sul piano globale per permettere al locale di mantenersi al passo con i tempi. Però è vero che più il globale si muove rapidamente sul globale, più la tendenza a chiudersi del locale diventa un ostacolo alla crescita del locale stesso».

Questo tema interagisce molto anche con il mercato del lavoro e con il rapporto con i frontalieri.
«Sì, il problema è che finché c’erano 35.000 frontalieri era un conto, oggi che sono 60.000 che occupano circa un terzo dei posti di lavoro diventa una situazione in cui ogni giorno trovi una situazione critica. Nel nostro settore i nostri diplomati di regola non hanno problema di competizione. Tutti trovano lavoro, quindi non c’è ancora la competizione con il personale frontaliero».

Come interpreta Supsi questo cambiamento?
«Il nostro stimolo grande è che lavoriamo tantissimo con le aziende. L’aspetto vincente del modello svizzero è la compenetrazione di studio e lavoro in una miriade di forme diverse per dare a tutti una competenza utile al mondo del lavoro. Quindi quello che stiamo sviluppando noi sono progetti che permettono allo studente già durante gli studi capire cos’è il mondo del lavoro e a noi di non perdere il contatto con le aziende. Il mondo della formazione è più lento della realtà, ma più noi riusciamo ad essere un ingranaggio di questa realtà e più riusciamo a seguire in modo adeguato. Noi riusciamo a parlare bene il linguaggio della aziende, non rispettiamo ancora integralmente i tempi di cambiamento. E questa è la nostra grande sfida. In alcune discipline siamo trainati, in altre siamo noi a far capire alla realtà che il mondo sta cambiando».

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Pubblicato il 21 marzo 2017
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