«Questa umanità, ferita e dilaniata, fa parte di noi. E attende da noi segnali di speranza»

L'intervento di monsignor Peppino Maffi sulla tragedia che ha travolto del sud-est asiatico

Immagini di distruzione sono entrate nei nostri occhi, nella nostra vita. Scene di un’apocalisse mai vista, almeno da parte mia; numeri impressionanti, che si moltiplicano a livello esponenziale.

Lo scrivere di questo mi crea disagio. Ma ho il desiderio di pensare con voi, come uomo e, insieme, come credente.

La Parola di Dio ci ha confermato nelle liturgie natalizie: “La gloria di Dio è l’uomo vivente„. “E allora, come mai, Signore, tutto questo?„; o un’altra domanda che ho più volte letto sulle labbra o nel cuore di coloro con cui ho parlato in questi giorni: “Ma dove sei, Signore?„. Credo che quello che è successo è anche una ferita profonda per l’orgoglio umano, che vorrebbe essere in grado di dominare tutto, di prevedere ogni situazione, di evitare tutto ciò che può portare alla morte; il maremoto dell’Oceano Indiano ridimensiona il mito delle capacità tecnologiche dell’uomo; ci sono delle forze naturali che confermano la nostra precarietà. Del resto la morte non è frenata neppure dalla bontà degli uomini, né dalla interpretazione positiva e virtuosa della propria esistenza. Anche la percezione precisa della fragilità umana non lenisce il dolore e lo sgomento di fronte alla morte e, in particolare, alle catastrofi di queste dimensioni.

E’ allora importante accettare la presenza del male nel nostro mondo; il bene è comunque sempre frammisto al male; e questo maremoto è un male ancor più devastante perché non ci troviamo di fronte a una scelta irresponsabile dell’uomo.

Voltaire afferma: “Un giorno tutto sarà bene: ecco la nostra speranza; tutto è bene oggi: ecco la nostra illusione„. Nella lettura dei primi capitoli della Genesi si conferma che a partire dalla determinazione originaria dell’uomo, che ha scelto di fare a meno di Dio, la natura stessa s’è staccata dal progetto iniziale di benessere, diventando a volte feroce e violenta; ciò che in Dio è finalizzato al bene, nell’uomo, che si è reso autonomo, e nella natura può portare alla devastazione.

Nella lettera ai Romani Paolo comunque ci conferma che c’è un grande contrasto tra il nostro sicuro destino glorioso e le sofferenze grandi che stiamo vivendo; aggiunge però che non c’è confronto tra la prova attuale e il destino di pace che ci è riservato; ben più grande è quest’ultimo.

Continuiamo a interrogarci perché questa umanità, ferita e dilaniata, fa parte di noi.

E attende da noi segnali di speranza.  

Di fronte a questi drammi percepiamo comunque il bisogno di una azione forte di difesa e salvaguardia della vita umana. Difesa e salvaguardia che non saranno possibili se non crescerà  la solidarietà.

Ognuno è chiamato a fare la sua parte: le istituzioni, ma anche il singolo cittadino il quale, con la sua vita onesta e rispettosa della persona e dei beni altrui, traccia segmenti positivi per una qualità di vita più pacifica e sicura.

Prima ancora che con mezzi coercitivi è doveroso ed è possibile contrastare la violenza con una rinnovata e convinta educazione dei cuori e delle menti. Non bisogna solamente detestare le grandi violenze; occorre avere il coraggio di delegittimare ogni gesto di violenza, compreso il più piccolo.

E imparare a camminare sempre con coraggio e senza superficialità.

 

                                                                                               

mons. Peppino Maffi

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Pubblicato il 31 Dicembre 2004
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