Lula chiede un fondo mondiale per combattere la povertà
Seconda puntata del diario di Mario Agostinelli che sta seguendo i lavori del Forum mondiale
Se l’inaugurazione del Forum di Porto Alegre ha rappresentato col suo corteo variopinto, con l’arrivo delle delegazioni da tutto il mondo e con la presenza festosa di ragazzi e ragazze giovanissimi l’immagine più aderente alla tradizione del movimento dei movimenti, l’intervento di Lula al Gigantinho, uno stadio appositamente preparato per la sua immersione nel vivo del dibattito, ha costituito il tratto saliente della prima giornata e la riprova della forza della "seconda potenza mondiale", anche quando si confronta con i meccanismi della politica e della democrazia rappresentativa.
Accolto da molte perplessità tra i partecipanti per il carattere di possibile invadenza e per i timori di strumentalizzazione, esposto alla contestazione di una parte consistente dei suoi alleati delusi dalla politica economica e socialed el suo governo, premuto dalla stampa conservatrice brasiliana che vede nella sua doppia presenza a Porto Alegre e a Davos il riconoscimento della impossibilità di una globalizzazione diversa da quella in corso, il presidente brasiliano ha tenuto un discorso di alto profilo, ma non ha convinto i suoi critici più intransigenti.
Nel suo lungo e appassionato discorso, si è collegato immediatamente alla trasformazione in corso nell’America Latina, dove la sua solida alleanza con Kirchner in Argentina, Chavez in Venezuela, Tabarè Vasquez in Uruguay,accompagnata dal gradimento popolare da parte degli indigeni di Ecuador Bolivia e Perù, gli ha consentito di battere la proposta di Bush dell’ALCA, un mercato dipendente dagli Usa per tutto l’antico "cortile di casa" del capitalismo armato nordamericano.
Ha poi disegnato un percorso per il Sud del mondo, con Brasile, Sudafrica e India a fare da battistrada di una politica agricola che consenta di sfamare la parte più povera della terra.
Da ultimo ha lanciato la campagna contro la povertà superando i confini del suo Paese – dove peraltro i successi sono ancora troppo esigui – e proponendo un fondo mondiale per combattere la miseria, proveniente dalle transazioni sul commercio delle armi, dalla applicazione della Tobin Tax, dal prelievo fiscale sulle fonti energetiche fossili.
Un disegno da statista di livello, gradito al movimento di cui incontra le aspirazioni e sostiene alcune proposte originali, ma lasciato a metà dalla scarsa rispondenza a queste aspirazioni della politica sociale finora attuata nel suo Paese sotto la pressione del Fondo Monetario.
Era impressionante percepire la tensione dei quindicimila partecipanti, moltissimi militanti del suo partito, il PT, non sempre teneri verso il loro leader. Al sorgere di fischi e contestazioni, assorbite con naturalezza dall’espertissimo ex-sindacalista metalmeccanico, partivano applausi scoscianti e ritmati dallo sventolio delle bandiere. Una contesa sottile tra i suoi stessi sostenitori elettorali di tre anni addietro.
Le perplessità si sono in gran parte sciolte quando ha ripetuto più volte "eu sou daqui!" io appartengo a voi, ed ha esaltato la democrazia come la soluzione delle difficoltà in campo.
A fine manifestazione, ho provato ad intervistare alcuni dei leader del movimento che conosco. Candido Grzybowski del Comitato internazionale del FSM mi ha detto: «Lula è il leader emergente che è in grado di sfuggire alla tenaglia terrorismo-guerra e di ricreare un mondo multilaterale dove la politica e il consenso popolare contano assai di più degli eserciti e dell’annullamento della democrazia. Bush teme lui più di ogni altro perché la sua risorsa è la democrazia, non solo l’economia».
Pedro Stedile, il leader del movimento dei Sem Terra è invece accoratamente critico. Lui che continua ad attendere la svolta di Lula e che continua a incanalare la protesta contadina e l’occupazione delle terre verso il sostegno al primo governo di sinistra della storia brasiliana, scuote la testa. " La politica estera del Presidente è una pezza nobile posta sulla toppa dell’accettazione passiva della divisione internazionale del lavoro imposta dal Fondo Monetario, che prevede bassi salari e distruzione di welfare per l’America Latina e l’abbandono delle terre allo sfruttamento dei latifondistiper impedire una grande politica alimentare di liberazione dal problema della fame."
La presenza della più alta istituzione del Paese ospitante ha fatto da detonatore di un problema centrale per il futuro di questo movimento: quando, come ormai avviene nei 2500 seminari in corso, si passa dalla protesta alla proposta quali legami vanno costruiti con le istituzioni democratiche per ottenere cambiamenti e risultati senza perdere autonomia e mantenendo il radicamento sociale delle proprie lotte?
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