Ecco come facciamo decollare le nostre aziende
Giorgio Travaglini è il direttore del Tecnopolo, una fondazione privata nata nel marzo di quest'anno e specializzata nell'accompagnare le nuove imprese nella fase più delicata della loro esistenza
La chiamano "valle della morte", ma non è un luogo fisico. È un periodo di tempo che dura circa tre anni e che intercorre tra la nascita di un’azienda e il suo ingresso sul mercato. In gergo si definisce start-up o avvio. È in quel lasso di tempo che la maggior parte delle nuove aziende capitolano. Le cause sono diverse: dalla mancanza di un business plan adeguato all’assenza di competenze indispensabili per decollare, come una strategia di marketing adeguata o l’accesso alla ricerca di base. Per essere imprenditori di successo non basta, dunque, avere un’idea originale o tecnologicamente avanzata.
Nel Canton Ticino è nato nel marzo del 2005 il Tecnopolo, una fondazione privata che ha il compito di selezionare e accompagnare in questo delicato viaggio le nuove imprese.
L’iniziativa è di cinque soggetti: una banca, la Bsi, l’azienda elettrica ticinese, l’Aet, uno studio di consulenza, Gai & partner, una fiduciaria, Fiduciaria Mega e un’immobiliare, lo Studio Silvio Tarchini.
Giorgio Travaglini (foto), fisico di formazione, nonché allievo del premio Nobel Heinrich Rohrer, è il direttore del Tecnopolo. Per nove anni è stato anche delegato svizzero a Bruxelles per i progetti di ricerca nel settore energia, ambiente e trasporti.
Travaglini, perché nella fase di avvio muoiono così tante aziende?
«I motivi sono i più disparati. Spesso ci sono idee buone, ma il nuovo imprenditore non ha una visione completa del business. Ad esempio non ha strategie di marketing, non ha fatto indagini di mercato e quindi non sa chi è il destinatario del proprio prodotto o processo produttivo, non ha un piano di fattibilità. Non ha i contatti giusti per accedere alla ricerca di base o applicata e quindi non puo’ svilippare la propria idea perdendo tempo e soldi. Non riesce ad accedere ai finanziamenti perché non sa fare un business plan opure non sa come sbrigare pratiche legali che gli costano un occhio della testa»
Qual è il criterio con cui scegliete le idee imprenditoriali da accompagnare?
«L’innovatività e il contenuto tecnologico, che non deve essere per forza elevatissimo. Noi facciamo valutare l’idea dai nostri esperti. Abbiamo una rete di rapporti tale che per ogni singolo passaggio della fase, da quello finanziario ed economico a quello scientifico, possiamo contare sulla valutazione di persone di altissimo livello, con tempi di risposta accettabili e soprattutto affidabili. Alzo il telefono e chiamo direttamente il docente o il ricercatore universitario esperto del settore. La Svizzera non è grande, per cui se non risponde ci vado direttamente. Al momento abbiamo tre nuove aziende interessanti che operano nel campo della robotica».
In Italia ci sono gli incubatori d’impresa che mettono a disposizione delle nuove imprese spazi e servizi in comune favorendo così l’abbattimento dei costi in una fase delicata com’è quella di avvio.
«Il problema vero per le nuove imprese non è avere una segretaria o avere uno spazio fisico a buon mercato, quel lavoro lo lasciamo fare alle agenzie immobiliari. La logica del Tecnopolo è un’altra: noi abbiamo le relazioni giuste a tutti i livelli, abbiamo una rete di contatti che un neoimprenditore non puo’ avere. Siamo convenzionati con il technopark di Zurigo che a sua volta è collegato con altri tre technopark della Confederazione. Abbiamo i rapporti giusti con le fonti di finanziamento. Se un’idea vale noi apriamo le porte necessarie per partire».
Per quanto riguarda la ricerca di base e applicata da trasferire alle nuove aziende qual è l’iter che segue il Tecnopolo?
«Oltre ai tecnopark, lavoriamo con l’Università della Svizzera Italiana e con la Supsi nel progetto TT, il technology transfer. L’obiettivo è cercare di valorizzare al meglio il know-how degli istituti di ricerca, di trasferirlo all’economia, soddisfando in questo modo anche la domanda di tecnologia che arriva dalle aziende all’interno di un discorso economico. La Svizzera, che destina il 2,7 per cento del Pil nella ricerca, in passato non ha valorizzato la ricaduta di questo investimento sull’economia interna. Sa quante belle ricerche innovative rimangono chiuse nei cassetti degli istituti o non vengono sfruttate in tempi utili, o ancor peggio vengono sfruttate da altri paesi. Ma questo è un problema anche vostro. Ricordo un’interessante ricerca sull’applicazione dei raggi gamma dell’università La Sapienza di Roma rimasta chiusa in un cassetto per molti anni. Quando è arrivata i nostri esperti hanno detto che era superata, peccato ».
In questi mesi vi hanno contattato anche imprese italiane?
«Certo, alcune di Roma e altre dell’area insubrica. Il mercato italiano ci interessa, molti neoimprenditori qui da noi troverebbero condizioni ottimali per le ragioni che spiegavo prima. Comunque il nostro obiettivo e averne sei all’anno e accompagnarne almeno venti nella fase di start up nel prossimo triennio»
Il tecnopolo si puo’ definire una lobbie nel senso positivo del termine? E se non possono fare utili, che interesse hanno i cinque partner a finanziare questa iniziativa?
«Sì, è corretto, è una lobbie nel senso migliore del termine. I cinque partner hanno le relazioni giuste, sono essi stessi una rete di contatti. La seconda domanda è legittima. I cinque partner non hanno bisogno di soldi, quelli ce li hanno già. È una questione di immagine e di interesse superiore: ciò che puo’ fare il Tecnopolo è valorizzare quanto c’è già sul territorio, creare ulteriore valore e dare opportunità di lavoro. D’altronde la job creation (creazione di posti lavoro ndr) è una delle missioni principali dell’imprenditore»
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