Benessere e costumi liberi, l’Hiv “riscopre” Varese

Secondo i dati diffusi dal Centro Operativo Aids la nostra provincia è la prima in Lombardia per incidenza del fenomeno. Per gli infettivologi la causa primaria è la disinformazione

Varese è la prima provincia lombarda per incidenza della piaga AIDS: è questo il dato allarmante che proviene anche quest’anno dai dati ufficiali diffusi dal COA (Centro Operativo Aids). La denuncia arriva a ridosso della Giornata Mondiale contro l’AIDS, una ricorrenza utile a ricordare una minaccia assolutamente non assopita, a quanto pare. Con una sesta posizione tra tutte le province italiane, Varese si pone sempre in una posizione preoccupante, con incidenze solo lievemente inferiori rispetto all’anno scorso. In particolare in un anno sono stati segnalati in provincia 1772 casi (1656 tra i residenti), per un tasso di incidenza pari al 6,8. In provincia di Milano, per fare un paragone con una realtà vicina, il tasso di incidenza è solo del 5,3.

Ma perché il nostro territorio è così particolarmente afflitto da questa piaga? Secondo Paolo Grossi, infettivologo dell’Ospedale di Circolo di Varese, stiamo andando incontro ad una tendenza già assodata negli Stati Uniti: «Dove aumenta il benessere cambiano anche i costumi, che facendosi più disinibiti possono aumentare il pericolo di contagio». I varesini, quindi, sembrano trascurare i pericoli legati ai rapporti occasionali, rivelando anche una certa disinformazione sul problema. Secondo Grossi, infatti, «c’è una scarsa conoscenza del problema nei giovani e nelle persone di età più avanzata, visto che l’età media di contrazione del virus si sta innalzando». In particolare la maggior parte delle trasmissioni di HIV occorre in rapporti eterosessuali, tra adulti di 40-50 anni. L’ignoranza sul tema AIDS, che a quanto pare è piuttosto diffusa da queste parti, non è un pericolo solo per chi contrae il virus ma anche, ovviamente, per i suoi partner: «In molti si accorgono di aver contratto il virus solo dopo molto tempo, e nel frattempo possono trasmetterlo a diversi partner».

Anche l’infettivologo dell’Ospedale di Circolo di Busto Arsizio, Giuliano Rizzardini, punta il dito contro la disinformazione: «I giovani di oggi sanno molto meno del virus rispetto a quelli degli anni ’90, visto che l’informazione su questo tema sembra ormai totalmente scomparsa». Questo aspetto è sicuramente evidente: rispetto alla grande copertura mediatica data solo pochi anni fa, oggi il problema AIDS sembra scomparso: «Oggi se ne parla troppo poco, a volte solo come un problema che riguarda strettamente l’Africa. In realtà qui non scompare, a Busto solo nel 2005 abbiamo avuto un centinaio di nuovi riscontri». La situazione di Busto e di tutta la provincia è quindi preoccupante, non solo per tendenze attuali, ma perché storicamente la nostra provincia è sempre stata un terreno fertile per questo virus che, secondo l’infettivologo, «continua a mantenersi e ritrasmettersi, ancora lontano dall’esaurire la sua presenza».

Forse il vero problema è che, grazie ai grandi progressi della ricerca, l’AIDS sembra ormai a giovani e adulti un problema facilmente risolvibile con qualche farmaco. In realtà secondo Grossi «questa è una falsa illusione: chi ha l’AIDS deve prendere per tutta la vita dei medicinali con controindicazioni molto forti, che creando disagi all’organismo». La qualità della vita, quindi, risulta fortemente peggiorata: un rischio che, forse, non è il caso di correre.

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Pubblicato il 01 Dicembre 2005
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