Nuovo stadio: nel futuro potrebbe non bastare
Se il progetto andasse in porto si potrebbe pensare a manifestazioni di alto profilo. E i diecimila posti sarebbero insufficienti
Dotarsi di uno stadio come quello ipotizzato ieri dai vertici del Varese 1910 potrebbe essere una risorsa incredibile per lo sport e l’intera comunità. Se il progetto andasse in porto, la nostra sarebbe una delle prime città d’Italia (forse la prima) ad avere uno stadio di ultima generazione, sul modello degli impianti esteri come il Louis II di Monaco, l’Old Trafford di Manchester o l’AmsterdamArena. Esempi sicuramente di altre dimensioni, ma che illustrano bene l’idea seguita dai committenti e dai progettisti al momento di pensare al nuovo "Franco Ossola".
Proprio alle dimensioni è però legato uno degli interrogativi più ricorrenti che si sono posti i varesini dopo aver visionato il progetto. I 9.900 posti, previsti dal progetto, possono apparire più che sufficienti a coprire il fabbisogno sia della squadra di calcio, sia di altri eventi come concerti, conventions e quant’altro. Ma il sogno è quello di veder risalire i biancorossi fino alla serie B, la categoria dove il calcio cittadino ha vissuto le ultime stagioni d’oro, risalenti purtroppo ad oltre vent’anni fa. E in quel caso i diecimila posti potrebbero rivelarsi un limite, soprattutto nel caso di qualche "miracolo a Varese" come quello della sfiorata promozione in serie A nel 1981/82 (foto a lato).
La capienza prevista sarebbe comunque in regola con le disposizioni recenti contenute nel decreto Pisanu: il minimo per disputare la Serie A è stato abbassato a soli diecimila posti, ulteriormente riducibili in città con una popolazione inferiore ai centomila abitanti. Il Franco Ossola sarebbe così a norma, ma è innegabile che in Serie A sarebbe auspicabile avere tribune più amplie.
Il motivo per cui è stata scelta questa capienza deriva dal fatto che è più semplice ottenere i permessi per costruire uno stadio al di sotto dei diecimila posti, quindi più realizzabile nei tempi che il Varese si augura.
Detto questo però è giusto tornare a parlare delle grandi opportunità aperte da un nuovo stadio. Il rilancio turistico di Varese può infatti passare anche per eventi di portata nazionale, che hanno bisogno di un’adeguata "casa". E la presenza in zona, dal 2007, delle nazionali australiane di ogni disciplina e di ogni categoria non può che stimolare ulteriormente l’organizzazione di manifestazioni di primo livello. Non adunate "oceaniche" come quelle che avvengono per la Nazionale di calcio, ma incontri che possano portare pubblico da diverse regioni d’Italia. Lo scorso febbraio, ad esempio, si giocò a Masnago Italia-Irlanda di rugby giovanile, partita collaterale al torneo "Sei Nazioni" che portò in città un migliaio di appassionati in una giornata gelida. Solo un esempio di quello che un’adeguata organizzazione può mettere in piedi.
Serviranno altri investimenti privati, capacità organizzativa e lungimiranza da parte delle istituzioni. Ingredienti che Varese ha saputo esprimere in occasione dell’assegnazione dei Mondiali di ciclismo. Non lasciamo che quello rimanga un caso isolato, perché con uno stadio del genere non ce lo potremmo permettere.
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