Raimondo Fassa: «Anche io c’entro»

Intervista al primo borgomastro leghista della città

Quando negli Anni 70 i ciellini piombarono nel piatto varesino della politica li definii “voraci fantolini”. In seguito non pochi, tra i più noti cito il sindaco Gibilisco, mi smentirono con il loro autentico servizio alla gente. Quando si delineò la candidatura a Palazzo Estense di Raimondo Fassa scrissi che dalla Lega Nord era in arrivo un bel “pacco”: uomo colto e raffinato, l’avvocato Fassa aveva un rapporto conflittuale con la gestione burocratica; me lo aveva confidato il vertice di un’istituzione.
Avvocato Fassa, lei per la
città sicuramente è stato un bel pacco, ma natalizio. Che cosa ha spinto un esordiente assoluto ad accettare un incarico così delicato e difficile? La consapevolezza delle proprie capacità, la certezza che sempre la cultura è un formidabile lievito, il fascino dell’avventura o una bella dose di incoscienza?
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In realtà, non è affatto vero che io abbia “un rapporto conflittuale con la gestione burocratica”. Se taluno, politico o burocrate, ebbe a dire così di me, forse qualche responsabilità andrebbe ricercata in un certo modo – sorpassato – di concepire la politica e l’amministrazione. E, da Sindaco, credo di avere dimostrato che si può fare politica – e  soprattutto così amministrare – in un modo nuovo, tanto da essere  definito da alcuni – e l’ho sempre ritenuto un elogio – “il primo impiegato del Comune di Varese”. Quanto alle ragioni per cui ebbi ad accettare l’onere e l’onore di esser Sindaco, credo risieda un po’ in tutte le cose che Lei, Vedani, ha citato, ma che potrebbero essere riassunte in una sola: la forte passione per quell’”oggetto misterioso" che è la politica. Vede, la politica non è una cosa che si impara a scuola, ed in questa tesi sono aiutato dalla generale constatazione del sostanziale fallimento delle numerose “scuole di politica” sorte negli ultimi anni. La politica infatti è, come diceva Max Weber che come tutti i tedeschi ha una parola appropriata per tutto, dicevo la politica è un Beruf, cioè una vocazione, una “chiamata” quasi nel senso evangelico del termine. Pertanto, allorché uno sente quella chiamata, non può che rispondere “sì”. Dire di sì alla politica, se se ne ha la vocazione, diventa un modo di dire di sì alla vita».

In quel momento lei quale tipo di leghista incarnava?
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Tutti, e sottolineo il tutti, i movimenti autonomisti racchiudono in sé due potenzialità conflittuali, che possono convivere soltanto per un po’ di tempo, quando essi si trovano allo “stato nascente” giusto per usare una felice definizione di Alberoni. La prima potenzialità, nella quale io ancor oggi mi identifico e dalla quale deriva una determinata linea evolutiva, è quella di essere un movimento autenticamente liberale e moderno, capace di mobilitare tutti i fattori positivi di un territorio, ricco di risorse materiali ed umane, senza pregiudizi né esclusioni, in nome di un progetto che apra il territorio stesso a più grandi realtà, come soprattutto, nel caso nostro, quella europea. È la scoperta del cosiddetto “glocale”, capace cioè di coniugare il globale al locale. È la via che potremmo chiamare  “catalana”: il Partito autonomista catalano, con figure come Pujol o Marragall, ha saputo in poco più di vent’anni fare di Barcellona e della sua area una delle zone europee più evolute e moderne. C’è poi la seconda potenzialità, che purtroppo è stata imboccata dalla Lega Nord a partire dal 1996, da cui è peraltro disceso il mio abbandono alla fine del mio mandato di sindaco, nel dicembre del 1997. Ovvero la seconda strada è quella “neonazionalista” della “piccola Patria” chiusa in se stessa, nella pervicace ed asfittica difesa dei propri particolarismi. E che, nei fatti, si concretizza nel mantenimento delle posizioni di potere delle piccole lobby locali. Il partito autonomista di questo tipo prende a modello proprio quello “Stato-Nazione” che a parole intende combattere: Gazzetta Ufficiale del Nord, Parlamento del Nord, Governo del Nord, Capitale del Nord, Moneta del Nord, Banca del Nord e … Miss Padania al posto di Miss Italia! Tutte “fotocopie sbiadite” dell’Italia della Prima Repubblica che si affermava di volere abbattere. Rifare uno Stato uguale all’altro e solo più piccolo territorialmente: questa è l’essenza del secessionismo. Ma vi è di più. Questo secondo modello di partito autonomista, che purtroppo la Lega o meglio la sua classe dirigente, è venuta così bene incarnando negli ultimi anni, sia chiaro che in concreto non vuole nessuna secessione. Anzi, quest’ultima è stata usata solo come “specchietto per le allodole” per attrarre il consenso di una quota di elettorato, in modo poi da consentire ad una piccola élite di potere di impadronirsi del più alto numero possibile di cariche pubbliche o parapubbliche spregiatamente definite “romane”. Cito solo due esempi. Dodici anni fa la Lega invitava i suoi militanti a non pagare il canone dell’odiata RAI: oggi che numerosi leghisti ne occupano i vertici, di non pagare il canone non si parla più. Oppure guardiamo al caso Fazio: la Lega ha difeso sino all’ultimo, per ragioni di evidente opportunità politico-economica, l’unico e ultimo muro dello Stato sopravvissuto sino ad oggi alla fine della Prima Repubblica. Ecco la situazione. E non so se essa sia reversibile. Cioè non so, anzi dubito fortemente, sul fatto che Lega, ammaestrata dalle recenti sconfitte, sappia o possa fare ritorno al “modello catalano”. E qui faccio una confidenza. Io ho cercato finché m’è stato possibile e finché la Lega sembrava ancora racchiudere e voler coltivare in sé quella potenzialità, di essere, come Sindaco leghista di Varese, un autonomista capace di incarnare questo primo modello. Poi ho rifiutato quello “padano” prevedendone sin da allora le conseguenze, financo rifiutare ogni vantaggio che mi sarebbe potuto derivare da un’acritica adesione alla seconda strada».

Il giovane Sindaco in breve tempo conquistò la stima della Città.Che spiegazione si diede del fenomeno e quali stimoli nuovi ricevette?
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La stima, anche se non starebbe a me dire se davvero allora vi fu, nacque, immagino, dal fatto che la classe politica “tradizionale” era uscita alquanto screditata dall’esperienza di Tangentopoli. L’avvocato Gibilisco ed io siamo, in effetti, gli unici Sindaci di Varese dell’ultimo quarto di secolo a non essere stati colpiti da avvisi di garanzia né direttamente, né nelle persone dei loro colleghi di Giunta.  Perciò, come ebbe a profetizzare uno dei Varesini che maggiormente stimo, l’Ing. Luigi Zanotta, uomo per quasi trent’anni Preside della Scuola dove ancor oggi insegno a Gallarate, a quel tempo qualunque persona normale sarebbe stata più credibile, e quindi stimata, dei propri predecessori. Certo, ciò fu assai stimolante. E, per capire di che genere di stimoli si trattasse,  ricordo tre pensieri.La mia prima uscita pubblica fu, accompagnato  dal dottor Conte, alla festa dei vigili di Bregazzana. Durante la Messa, il pensiero dominante era: “Stai attento, d’ora in avanti, dovrai comportarti non bene, ma straordinariamente bene!”.Ricordo anche l’ammonimento del mio amico Don Alberto Dell’Orto che, conoscendo bene i miei difetti, mi disse: “Umiltà, Raimondo, soprattutto umiltà”. Mentre un altro di quelli che mi permetto di considerare fra i miei Maestri, nella convinzione e nella speranza che lui mi consideri ancora suo allievo, l’Avv. Mario Rizzoli di Legnano, mi raccomandò: “Nella posizione in cui sei adesso, dovrai essere un Argo non dai cento, ma dai mille occhi”.

C‘è sempre stata molta simpatia tra gallaratesi e varesini, lei trovò una città diversa da come la conosceva?
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A Varese c’ero stato molte volte anche perché, come ho avuto modo di scrivere altrove, ho addirittura rischiato di nascerci, visto che mia madre fu colta dalle doglie del parto ai Giardini Estensi, e lì fu soccorsa da un vigile comunale che ho conosciuto circa trentacinque anni dopo. Varese era ed è assai bella, ma allora in preda ad un’incuria che ricorda, purtroppo, quella di questi ultimi anni. Ma quello che colpiva erano due cose: lo sgomento per quanto accaduto e una sincera ansia di rinnovamento, di cui credo e spero sussista almeno il ricordo.

La Varese di oggi in quale misura le ricorda quella che trovò al suo arrivo a Palazzo Estense?
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Una cosa accomuna la Varese di allora a quella di oggi: l’incuria. Quando divenni Sindaco, ad esempio, al Palazzetto dello Sport ci pioveva dentro!I Il giorno della recente Pasquetta sono stato con mia madre al Castello di Masnago, per vedere la mostra di Morandini. Le cartacce che orlavano i marciapiedi e le vie d’accesso facevano un singolare contrasto con le opere d’arte lì conservate. Del pari, le strade comunali, sconnesse e sbreccate, mal s’intonavano con i tratti privati, perfettamente tenuti, dei pochi esercizi di via Crispi. No. Effettivamente Varese oggi non ha la “qualità di Città” necessaria a ricevere manifestazioni importanti come, ad esempio, i prossimi mondiali di ciclismo. Speriamo che la nuova Amministrazione sappia porvi rimedio.
Se dico piano regolatore certamente la inorgoglisco, ma ci sono altre iniziative della Giunta Fassa che ritiene siano state gradite dai cittadini?
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L’arredo urbano del centro storico, secondo il progetto di Ettore Mocchetti.La chiusura, ovvero in realtà l’apertura!, domenicale estiva del Sacro Monte.La funicolare.Il completamento di Piazza Repubblica figlia di un’altra idea di Mocchetti.L’intervento sull’Area Cagna, che non è mai stato pienamente completato dalle Giunte successive. La rivitalizzazione del “Carnevale Bosino” e del suo Re!Il Castello di Masnago, le cui più importanti nuove acquisizioni, spesso frutto di donazioni dei proprietari, risalgono al periodo ’93-’97,  come sede di importanti mostre.Il numero assai ridotto di assessori,  sette, rispetto ai dodici successivi e ai dieci programmati oggi. La bassa pressione fiscale.Le basse spese di rappresentanza.I bilanci realistici e perciò realizzati.La raccolta differenziata in cui eravamo leader in Italia.La progettazione dell’Accademia d’Arte dell’Insubria, voluta, per decreto firmato da Ciampi e da Berlinguer, anche dal Governo di Roma ed incredibilmente affossata poi. I “grandi progetti” rimasti in seguito ahimé, lettera morta: ovvero l’asse forte di trasporto pubblico Bizzozzero-Masnago, i parcheggi “stellari”, il Piano urbano della mobilità, il “progetto Stazioni”, il “sistema delle piazze centrali”. Il “piano Zanzi”. Se si guarda ai dibattiti politici svolti in consiglio comunale e nell’opinione pubblica (e spesso fatti propri dall’opposizione senza quasi mai citarne gli autori), si vede che nessuna idea nuova è emersa nel frattempo».

Ha qualche rimpianto? E quale errore gestionale si rimprovera? Forse anche in campo politico ha inciampato…
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Ho avuto almeno un torto, imperdonabile. Aver avuto ragione troppo presto, che in politica è il peggior torto: difatti, se i politici miopi sono rovinosi per i loro amministrati, quelli presbiti lo sono per se stessi».

Giuseppe Gibilisco ha ripreso a fare politica, anche lei ha accolto un invito al servizio alla comunità: da due ex baby e sindaci rispettati se non amati, i cittadini si attendono un’azione efficace come nel passato. Siete uomini che sanno fare squadra e … gol.
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Vedremo. Spero di non dover fare un rinvio alla risposta precedente».

Il sindaco Fassa resse l’urto di una forte opposizione grazie al concorso di esponenti dell’ attuale Centrosinistra. Crede di avere degli obblighi nei loro confronti o dei partiti che essi rappresentavano?
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Dobbiamo fare una distinzione fra la classe dirigente del Centro-sinistra, come direbbe Cossiga "col trattino”, e la sua base, che sono due cose assolutamente diverse. Alla prima non credo di dovere granché. Difatti, ha sostenuto me come ha sostenuto Fumagalli. Non possiamo infatti dimenticare che fu proprio il candidato Sindaco del Centro-sinistra nel 1997, dottor Ermanno Montoli, a dare nel 1999 il sostegno decisivo che consentì a Fumagalli di sopravvivere, “regalando” così ai Varesini altri sei anni e mezzo di sua amministrazione. Per giunta in cambio della promessa d’una poltrona peraltro mai elargitagli, di Presidente del Consiglio comunale. E questo fu peggio che un delitto. Fu un errore. Ma nessuno – dico nessuno – degli esponenti della classe dirigente di allora, che poi è la stessa di oggi, del Centro-sinistra stigmatizzò mai tale comportamento. Segno evidente di un’oggettiva, e soggettiva direi, complicità con Fumagalli. Il Centro-sinistra – ed in particolare la sua classe dirigente, e lo ripeto non la sua base – sembra infatti ossessionata dalla … paura di vincere. Non fu perciò la stima, ma piuttosto il timore, a indurla a sostenermi. Altro discorso è per la base, che invece è formata da bravissima gente, semplice e generosa, di cui non posso che condividere, come ho condiviso da Sindaco, molti ideali. Il problema del Centro-sinistra, non solo varesino, è soprattutto questo: che in concreto – al di là dei facili slogan – sembra avere perso quel contatto col mondo degli “umili” che un tempo costituiva la sua forza. E badate lo dico non senza rammarico. L’uscita di uomini come Pippo Pitarrese, per esempio definibile come un vero “leghista di sinistra”, dai DS ed il sostanziale ritiro di un galantuomo come Carlo Scardeoni da Rifondazione sono il segno di tale scollamento. Ma la “base” del Centro-sinistra mi capì e mi sostenne sinceramente. E ne vado fiero.

Gli avvocati hanno sempre lavorato bene per Varese. Attilio Fontana potrebbe essere l’ultimo della serie: quali reazioni suscita nell’avvocato Fassa questa ipotesi?
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Gli avvocati sono, per la verità, presenti in politica da sempre Pensiamo, per il mondo antico, a Demostene o a Cicerone. Per il mondo moderno, a Robespierre o a Lenin. E, per l’età contemporanea, a Mitterrand o a Blair. Evidentemente sono le caratteristiche, per dir così, “tecnico-professionali” del loro lavoro ad incentivare questa presenza. Questo almeno è il parere di Max Weber. E devo anche dire che, di solito, sono buoni politici gli avvocati … a cui non piace farlo! E la ragione è semplice. Il politico vero detta le regole, non subisce quelle determinate dagli altri.Fontana, purtroppo, è un avvocato a cui piace farlo.

Nel 2006 attecchirà il seme di una Varese veramente nuova?
«Temo proprio di no, ma spero di sbagliarmi. Per ora dico solo una cosa. La politica mi sembra si sia rimessa in movimento e pare sia destinata, immagino a breve, a ritornare centrale come lo sono peraltro le necessità e le urgenze del Paese e della nostra Varese. Per questo ho ritenuto doveroso dire, per quel che poco che sia valso e varrà, che io c’entro
».

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Pubblicato il 02 Maggio 2006
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