«L’acqua privatizzata non è più un diritto umano»
La posizione del Comitato "acquabenecomune" di Busto, in risposta ai cattolici liberali che sostengono la necessità di privatizzare le reti idriche
Dopo la
lettura dell’articolo del Centro Cattolico Liberale
“Alexis de Tocqueville” di Martedì 13 Marzo, il Comitato
“Acquabenecomune” di Busto Arsizio esprime la sua opinione.
TRASFORMARE
L’ACQUA IN BENE ECONOMICO SIGNIFICA NON RICONOSCERLA PIU’ COME UN
DIRITTO UMANO.
Il 12
Gennaio 2007, a Busto Arsizio, grazie alla proposta dell’ "Associazione Alterlist” e di “Migrando La bottega”, si
è costituito il comitato cittadino di sostegno alla campagna
nazionale di raccolta delle firme per la presentazione della proposta
di Legge di iniziativa popolare “Principi per la tutela, il governo
e la gestione pubblica delle acque e disposizioni per la
ripubblicizzazione del servizio idrico” al quale hanno aderito
molte altre associazioni di diverse ispirazioni e alcuni partiti
quali Rifondazione Comunista e Verdi.
Il
desiderio oggi del comitato è ribadire che, sia su scala
internazionale sia a livello locale, il Movimento per l’Acqua è
nato e continua a nascere dal basso, dal mondo dell’associazionismo,
dalla cittadinanza attiva e sensibile alla tutela di ciò che è
e deve rimanere comune e pubblico.
Basta
scorrere l’elenco delle realtà che costituiscono il comitato
promotore della suddetta legge: dalle ACLI a Mani Tese, da Libera a
Pax Christi, da Attac alla Rete di Lilliput, dal WWF ai sindacati, da
alcune Diocesi al Manifesto…una pluralità di soggetti con
idee e pensieri differenti ma uniti dalla condivisione della semplice
affermazione che l’acqua è fonte di vita e che costituisce
pertanto un bene comune dell’umanità, un bene irrinunciabile
che appartiene a tutti.
Da
questo punto di partenza si è poi arrivati ad un’importante
conclusione condivisa: la necessità di un cambiamento
normativo nazionale e locale, che segnasse una svolta radicale
rispetto alle politiche che hanno fatto e cercano di continuare a
fare dell’acqua una merce e del mercato il punto di riferimento per
la sua gestione.
Si è
infatti convinti che l’intervento di privati nella gestione di un
bene come l’acqua comporterebbe una serie di costi a carico della
collettività oltre ad uno spreco della risorsa.
L’impresa
privata infatti ha come propensione la ricerca e il ricavo di
profitto per la sua sopravvivenza e per noi sono tre le possibilità
chiare per il raggiungimento di questo scopo: l’aumento delle
tariffe, la riduzione dei costi del lavoro (attraverso la diminuzione
e/o la precarizzazione degli occupati) oppure la riduzione delle
spesa per la manutenzione, la qualità e i controlli. Oltre al
fatto che, se il privato ricava profitto dal consumo di acqua, sarà
assolutamente disinteressato a ridurne gli sprechi.
È
vero che l’ente pubblico spesso non ha funzionato adeguatamente ma
siamo certi che il rimedio va trovato nell’aumento della
partecipazione dei cittadini e dei lavoratori alle scelte
fondamentali di gestione e non in una privatizzazione che trasforma
l’acqua, da “diritto da garantire” a “bisogno da comperare”.
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