Mafia, confiscati beni per oltre un milione

L'operazione realizzata dalla Direzione Investigativa Antimafia del capoluogo siciliano

Una confisca di beni per un valore di un milione di euro nei confronti di Giovan Battista Ferrante, esponente mafioso condannato per diversi fatti di sangue, compresa l’uccisione di Salvo Lima e le stragi di Capaci e di via D’Amelio in cui persero la vita i giudici Falcone e Borsellino.
La confisca è stata disposta dalla Corte d’Assise – Sezione Quarta – del capoluogo siciliano, su proposta avanzata dalla locale Procura della Repubblica su richiesta del Centro Operativo della DIA nei confronti di Ferrante Giovan Battista e della moglie Ferrante Concetta. Operata dagli uomini della Direzione Investigativa Antimafia di Palermo, la confisca ha portato al recupero di tre abitazioni, una azienda e dodici autoveicoli per un valore complessivo di un milione di Euro.

Il cinquantenne Giovan Battista Ferrante, arrestato ne 1993 per associazione per delinquere di tipo mafioso e strage, secondo la Direzione Investigativa «vanta un’antica affiliazione a "cosa nostra" (a partire dal dicembre del 1980) secondo una consolidata tradizione familiare», dal momento che prima di lui ne avevano fatto parte il nonno, il padre, gli zii. Dagli atti emerge che, all’atto della sua "affiliazione", suo "padrino" era stato Riccobono Rosario, capo "mandamento" di "Partanna – Mondello" dell’epoca;  durante l’iniziazione erano presenti, tra gli altri, i noti Gambino Giacomo Giuseppe, Greco Michele, Inzerillo Salvatore, Buffa Salvatore detto "Nerone", Troia Mariano Tullio, gli zii Ferrante Giovanni e Salvatore, nonché gli omonimi cugini Biondo Salvatore, meglio conosciuti come "il lungo" e "il corto". Le parentele eccellenti hanno agevolato l’inserimento di Ferrante Giovan Battista in seno all’organizzazione mafiosa e ne accrescevano, altresì, la stima e la totale fiducia riposta in lui dai membri più influenti, quali Gambino Giacomo Giuseppe prima (sino al 1987) e addirittura  Salvatore Riina e Salvatore Biondino dopo, ai quali avrebbe anche assicurato la "copertura" nel corso degli spostamenti finalizzati al raggiungimento dei luoghi ove i medesimi incontravano altri "uomini d’onore".

Collaboratore di giustizia dal 1996, Ferrante ha ammesso la partecipazione ai più efferati delitti deliberati negli ultimi venti anni dalla "commissione" di "cosa nostra", quali le stragi di Via Pipitone Federico, l’uccisione del Vice Questore di Polizia Antonino Cassarà, del Parlamentare Europeo Salvo Lima (condanna a 13 anni nel 2000), di Capaci (15 anni e 11 mesi di reclusione) e di Via D’Amelio (16 anni e 10 mesi), nonché la partecipazione ad almeno altri trenta fatti di sangue.

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Pubblicato il 20 Maggio 2008
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