“Prima” assoluta: arriva l’incidente spaziale
Ad andare in centinaia di pezzi scontrandosi a migliaia di chilometri orari un satellite russo e uno statunitense, entrambi lanciati negli anni Novanta. Il problema degli "space debris"
Lo spazio orbitale sopra la Terra è diventato stretto. Sembrerà strano, detto di un posto dove ci si può muovere nelle quattro direzioni, per centinaia e centinaia di chilometri, a patto di avere del carburante che ti ci spinga. E il traffico non è certo quello di Bangkok all’ora di punta. Eppure l’impossibile è accaduto: martedì 10 febbraio poco prima delle 18 ora italiana due satelliti si sono scontrati ad altissima velocità mentre orbitavano a circa 780 chilometri d’altezza sopra un punto non meglio precisato dell’immensa Siberia. I protagonisti dell’insolito incidente sono il satellite Iridium 33 dell’omonimo consorzio statunitense di telefonia satellitare, in orbita dal 1997, e il satellite russo da comunicazioni Kosmos 2251, sembra ex militare, lanciato nel 1993 e non più operativo. Ironia della sorte, il satellite statunintese era stato lanciato dalla base di Baikonur, in Kazakistan ma in mano ai russi dai tempi dell’Unione Sovietica. Quello russo era stato invece lanciato da Plesetsk. I due piccoli corpi orbitanti, il primo di 560 kg, il secondo di circa 950, si sono fatti a pezzi vicendevolmente, trasformandosi in centinaia di "debris" (frammenti), una "nuvola" che orbita a migliai e migliaia di chilometri orari spiraleggiando lentamente verso orbite più basse, e ponendo un serio rischio per altri satelliti: in orbita ce ne sarebbero ancora circa 3000 secondo la Nasa, fra cui il più vecchio è lo statunitense Vanguard I lanciato nel 1958. A rischio, almno teoricamente, anche la Stazione spaziale intenazionale (ISS) che orbita a circa 350 chilometri dalla superficie terrestre, molto più in basso cioè del luogo del primo vero "incidente spaziale".
Il problema dei detriti spaziali orbitanti si è fatto grave fin dagli anni Settanta, con il boom dei satelliti di ogni tipo. Fra gli oggetti persi, o gettati prima che ci si rendesse conto del pericolo, anche un guanto, una telecamera, una chiave inglese e… uno spazzolino da denti. Ma per i cieli orbita di tutto, anche satelliti da qualche tonnellata. Per ovviare è stato concepito anche un tipo particolare di "corazza" di sicurezza per i veicoli spaziali, con uomini a bordo o no. Il problema è infatti che i frammenti, a volte piccolissimi, viaggiano a decine di migliaia di chilometri orari come ogni oggetto in orbita, non frenato dalla resistenza dell’aria (che non c’è) – in queste condizioni il più minuto oggetto può causare i danni più catastrofici. Per liberarsi dei detriti, satelliti inclusi, e perchè le loro orbite decadano e scendano a bruciare nell’alta atmosfera come innocue stelle cadenti, possono occorrere anni, talora secoli. Per questo la nube di detriti provocata dall’impatto fra i due satelliti, il primo mai registrato, viene seguita con attenzione dalla Nasa (e non solo). Misure severe sono state implementate da tempo per impedire che vadano persi "pezzi" in orbita: il timore è che i frammenti scontrandosi a loro volta si moltiplichino con un "effetto domino" fino a rendere virtualmente impossibile l’attraversamento delle basse orbite e quindi l’esplorazione spaziale stessa. Ciò non ha impedito episodi di moltiplicazione dei frammenti come quello dovuto alla sperimentazione da parte cinese di un’arma anti-satellitare nel 2007, e un’aloga operazione un anno fa da parte statunitense per liberarsi di un satellite che si pensava avesse sostanze tossiche a bordo.
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