Da Busto Arsizio a Milano per fare ricerca sul cancro: la storia di Francesca Peluso
Per la ricercatrice è stato fondamentale il "trampolino" dell'Università dell'Insubria. «Ogni giorno incontro ricercatori da tutta Italia e la formazione che ho ricevuto in provincia non ha nulla da invidiare a quella degli altri atenei»
Dalle aule dell’Università dell’Insubria ai laboratori dell’Istituto nazionale dei Tumori a Milano. Il percorso di Francesca Peluso, giovane laureata in “Biomedical Sciences”, racconta una storia di studio, che va oltre i pregiudizi che spesso accompagnano gli atenei di dimensioni più ridotte rispetto ai grandi poli metropolitani.
In vista del “graduation day” in programma il 14 luglio ai Giardini estensi di Varese, VareseNews racconta le storie di alcuni studenti per conoscere le loro esperienze e capire cosa significa laurearsi all’Insubria – Leggi tutte le loro storie
Busto Arsizio e Varese: due anime dell’Insubria
Il cammino di Francesca è iniziato nel 2019 con la laurea triennale in Scienze Biologiche a Varese, proseguito poi con la magistrale in “Biomedical Sciences” al polo di Busto Arsizio, situato negli spazi dei Molini Marzoli. Due sedi con anime differenti, ma entrambe fondamentali.
«A Varese la cosa più bella è il campus immerso nel verde. È una delle caratteristiche imbattibili dell’Insubria, anche se ci sono delle criticità per i parcheggi» racconta Peluso.
Sul versante di Busto Arsizio, invece, la ricercatrice descrive una dimensione più raccolta dove il rapporto tra studenti e insegnanti è molto stretto. «C’è un clima molto dinamico votato alla didattica e alla ricerca – racconta Francesca –. I numeri sono più piccoli che a Varese, la dedizione degli insegnanti nei confronti degli studenti è maggiore e il confronto è costante».
La ricercatrice ha apprezzato anche i buoni collegamenti tra la stazione e la sede universitaria di Busto, sottolineando i vantaggi di frequentare le lezioni in un ambiente più cittadino, «ma sarebbe bello se si creasse anche qui un ambiente simile al campus, con qualche tavolino per trascorrere il tempo libero all’aperto».
La ricerca all’Istituto nazionale dei Tumori di Milano
Il momento di svolta è arrivato con il tirocinio obbligatorio previsto dal corso magistrale, svolto presso l’Istituto nazionale dei Tumori di Milano. Un’occasione colta al volo che ha trasformato radicalmente il suo futuro professionale. «All’inizio – ricorda Francesca – puntavo a svolgere il tirocinio all’estero, ma quando si è presentata l’occasione di farlo all’Istituto nazionale dei Tumori ho deciso di coglierla. È stato tutto molto avventato e ho preso una decisione nel giro di mezza giornata. Semplicemente mi ispirava di più e alla fine è andata bene».
Oggi, dopo la laurea conseguita a febbraio, quel tirocinio si è tradotto in una borsa di studio annuale presso lo stesso Istituto. Un primo passo concreto nel complesso, ma affascinante, mondo della ricerca scientifica. «All’Istituto ho incontrato ricercatori provenienti da tutta Italia, sento che le mie competenze sono allo stesso livello di ognuno di loro e ritengo che la preparazione fornita dall’Insubria non abbia nulla da invidiare a quella delle grandi università» conclude con convinzione.
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Sono curato da quasi 1 anno all’Istituto Nazionale dei Tumori di via Venezian a Milano per un tumore raro. Non giudicate la struttura da fuori in quanto un pò antica, del resto è stato il primo centro italiano per la cura contro il cancro con un secolo di vita. Ma una volta entrati vi renderete conto della estrema umanità dell’ambiente e di come ci lavorino delle vere e proprie eccellenze in tutti i reparti. Da veri e propri luminari nelle rispettive discipline a persone che hanno fatto e fanno la storia della ricerca a livello internazionale definendo protocolli di guida a livello mondiale e coordinando ricerche su farmaci innovativi a livello mondiale.
Non so come andrà e non so quanto tempo riusciranno a tenermi qui a rompere le scatole a loro in primis e alla redazione di VareseNews, la mia malattia è complessa, continua a crescere il maledetto e ad oggi non si guarisce tuttalpiù si può pensare di attuare un controllo e stabilizzazione. Anche se la sofferenza è tanta ogni volta che ho la chemioterapia vengo visitato da una equipe di professionisti, dai dirigenti medici più esperti con decenni di esperienza nella ricerca oncologica a nuove leve che affiancano i decani portando nuove innovazioni e modi di pensare.
Posso permettimi di dire che la dott.ssa Peluso ha fatto la scelta giusta e non lo dico solo per un discorso opportunistico. Un tale livello di competenze così concentrate in un solo ospedale è difficile da vedere, soprattutto in Italia.
E’ proprio di pochi giorni fa la notizia della pubblicazione sulla prestigiosa rivista Lancet Oncology di uno studio per realizzare un modello prognostico avanzato per i sarcomi dei tessuti molli sviluppato e coordinato dall’INT: BayeSarc.
Utilizzando la inferenza statistica Bayesiana si riescono ad ottenere modelli di previsione più accurati su come si svilupperanno i tumori. Il matematico del 700 Thomas Bayes ne sarebbe orgoglioso.