Don Carlo Gnocchi: da domani beato
La Messa sarà celebrata domenica mattina dal Cardinale Tettamanzi. Attesi in quarantamila. Gli alpini porteranno l’urna da piazza Santo Stefano in Duomo. Diretta video con il vaticano
Inizierà alle 10 la messa solenne celebrata dal Cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi. A precederla, un corteo di 300 chierichetti e di 300 alpini provenienti dai gruppi di tutta Italia. E proprio agli alpini, di cui Don Carlo Gnocchi fu cappellano militare durante la seconda guerra mondiale, è stato affidato il compito d’onore: quello di portare le spoglie di don Carlo per quasi un chilometro, dalla Chiesa di Santo Stefano sino in Duomo. Qui li attenderanno i quarantamila fedeli che da tempo hanno prenotato l’accesso alla piazza. Il rito sarà concelebrato da centinaia di sacerdoti: e solo alla fine cadrà il drappo che ricopre la bara e dalla facciata del Duomo scenderà il grande ritratto nel nuovo beato. Quella di domani è l’ultima tappa del processo avviato oltre 22 anni fa dall’allora Arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini. La beatificazione fa seguito all’annuncio con cui il Papa, lo scorso gennaio, ha autorizzato la pubblicazione del decreto che attribuisce all’intercessione di don Gnocchi il miracolo che ha visto protagonista, il 17 agosto 1979, un alpino elettricista di Villa d’Adda (Bg) incredibilmente sopravvissuto a una mortale scarica elettrica.
Nato a San Colombano al Lambro, presso Lodi, il 25 ottobre 1902, Carlo Gnocchi viene ordinato sacerdote nel 1925. Assistente d’oratorio per alcuni anni, è poi nominato direttore spirituale dell’Istituto Gonzaga dei Fratelli delle Scuole Cristiane. Allo scoppiare della guerra si arruola come cappellano volontario e parte, prima per il fronte greco-albanese, e poi – con gli alpini della Tridentina – per la campagna di Russia. Nel gennaio del ’43, durante l’immane tragedia della ritirata del contingente italiano, si salva miracolosamente. Ed è in quei giorni che, assistendo gli alpini feriti e morenti e raccogliendone le ultime volontà, matura in lui l’idea di realizzare una grande opera di carità, che troverà compimento, a guerra finita, nella Fondazione Pro Juventute. Muore il 28 febbraio 1956. L’ultimo suo gesto è la donazione delle cornee a due ragazzi non vedenti quando ancora in Italia il trapianto d’organi non era regolato da apposite leggi.
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