Guttuso, varesino d’adozione in punta di piedi

In occasione del centenario della nascita dell'artista che ha vissuto e lavorato a Velate, Pier Fausto Vedani ricorda il periodo "varesino" del pittore

Con l’intitolazione del viale d’accesso ai musei civici di Villa Mirabello, alla quale seguirà un incontro culturale, Varese ricorda nel centenario della nascita Renato Guttuso, suo cittadino onorario.
E’ una iniziativa intelligente di per sé, di tempismo e gusto apprezzabili, perfetta anche per avere, sotto traccia, una valenza risarcitoria nei confronti   del grande artista la cui memoria, dopo la sua morte, in qualche misura è stata trascurata.
 
Per anni e anni Renato Guttuso ha vissuto e lavorato a Velate, lasciando la nostra città nello stesso modo in cui vi arrivava: in punta di piedi. Non fu una scelta di isolamento assoluto perché Guttuso strinse rapporti di profonda amicizia con parecchi varesini che gli garantirono sempre la quiete attiva amata da non pochi pittori. Poi il tappo saltò, la Varese ufficiale scoprì quel Guttuso che politicamente le aveva fatto comodo ignorare, a Palazzo Estense c’erano giovani e acculturati timonieri, altri meno giovani eppure attenti alla portata sociale della cultura mentre dall’alto del Sacro Monte irrompeva monsignor Pasquale Macchi, uomo di fede e di arte, commissionando a un progressista figlio della Sicilia una nuova “Fuga in Egitto” sulla Via Sacra (nella foto) per sostituire quella originale, ormai evanescente, affrescata dal Nuvolone secondo i canoni del suo tempo
 
Anche in l’Europa si seppe e si parlò dell’audace   contaminazione stilistica nel secolare viale delle Cappelle dove clamorosi colori mediterranei e un san Giuseppe perfetto clone di di un fedayn sconvolgevano antiche e riposanti armonie proponendo però una non minore possibilità di meditazione. La presenza del pittore, la curiosità e le feroci polemiche mediatiche richiamarono una quantità di varesini che arrivavano vocianti alla Prima Cappella, ma poi si zittivano appena iniziata la salita per partecipare ,anche per lungo tempo,al magico silenzio che sempre cala là dove sono protagonisti un artista e i suoi pennelli.
         
Insomma fu un Guttuso-boom rafforzato dalla gentilezza, dalla simpatia, dalla disponibilità del grande pittore che si ritrovò cittadino onorario, al centro dell’attenzione con una bellissima mostra e protagonista di incontri; commosso da tanto sincero slancio, egli volle costituire una fondazione che avesse il nome suo e della moglie Mimise. Gli incontri furono occasione di autocritica per esponenti cittadini. Caldo e affettuoso fu un meeting rotariano durante il quale Palazzo Estense fece ammenda per avere di fatto ignorato la presenza di un personaggio come Guttuso. C’erano i promotori della rivoluzione culturale, il sindaco Gibilisco che avrebbe dato la cittadinanza onoraria al grande pittore e avviato iniziative importanti, l’assessore alla cultura Speroni, a sua volta competente innovatore, al quale sarebbe poi succeduto un altro padre della primavera varesina, l’indimenticato Caminiti. Con la franchezza abituale Alberto Speroni accennò alla vita nuova: i tempi erano cambiati, non veniva più tenuto premuto il coperchio sul pentolone della cultura. Mentre Speroni parlava un cronista vide un azionista del suo giornale assentire con visibile soddisfazione e allora si ricordò del padronale invito di costui rivolto a un redattore: non nominare mai Guttuso, anche nelle cronache d’arte. Il cronista intervenne e disse che a premere forte quel coperchio era stato anche il giornale e spiegò il silenzio per Renato Guttuso: l’artista era comunista. Nella nascita della Fondazione fu lo stesso Guttuso a coinvolgermi: ero perplesso per due motivi, la mia mostruosa ignoranza in tema di arte e il mio stipendio da sempre al minimo sindacale. Accettai e fu un’esperienza traumatica perché intravidi la   fine dell’iniziativa sin dalle prime riunioni dopo la morte di Guttuso che aveva già donato il suo studio di Velate ma non aveva potuto completare la costituzione del fondo con una serie di opere
 Lo dico con tutto il rispetto, ma le difficoltà crearono quasi le condizioni di un rifacimento del celebre film “La grande fuga”. I rappresentanti del Comune   furono degli autentici levrieri: volate da cinodromo le loro perché,poveretti, al massimo potevano disporre di un patrocinio ma non di importanti finanziamenti.
 
L’unico che si guardò bene dall’interpretare nell’eventuale remake il ruolo di Steve McQueen fu l’avvocato Luigi Zanzi che a lungo con viaggi a Roma, incontri con legali e quant’altro tentò di trovare un accordo con il figlio adottivo dei Guttuso e un loro nipote, contrapposti in scelte e valutazioni relative alla Fondazione e,se non ricordo male, anche con la stessa nascente istituzione varesina. Un ruolo per Luigi Zanzi alla cerimonia di Villa Mirabello   ci sarebbe   stato bene. Non lo dico polemicamente perché l’intitolazione del viale credo rappresenti una svolta dopo tempi di dimenticanze o di inadeguatezze se consideriamo che si era celebrato un cittadino onorario come Renato dedicandogli una “strecia” di Velate. Grazie dunque al sindaco Fontana e grazie anche a Luigi Zanzi, da sempre profeta trascurato dalla patria varesina.

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Pubblicato il 03 Febbraio 2012
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