Tre incontri (e due ricordi affettuosi) in trecento metri

Tra un cappuccino e un'edicola: quando una passeggiata diventa un ripasso sulla storia gloriosa dello sport cittadino

collage d'epoca pierfausto vedani

Tre incontri nel giro di trenta minuti e avvenuti lungo un percorso di trecento metri: tre balzi nel passato, in un arco di tempo di trenta anni, tre momenti di amarcord con personaggi incontrati nel mio percorso professionale legato agli anni davvero ruggenti dello sport varesino.

La pasticceria Canziani e l’edicola Vezzosi sono due riferimenti molto frequentati di via Sanvito.

Celebrato il rito del cappuccino esco da Canziani e sull’altro lato della strada vedo Beppe Marotta: forse lui impiega qualche secondo per riconoscere il cronista che ogni giorno incontrava al “Franco Ossola” e che aveva una quindicina di chili di meno e legioni di capelli in più. E 30 anni fa Beppe era un giovane sconosciuto che non perdeva un allenamento del Varese: oggi è uno dei più preparati e stimati dirigenti del calcio nazionale e una presenza decisiva come manager della Juventus.
Un abbraccio e si aprono le cateratte dei ricordi nel segno di una fiducia e di una riservatezza raramente riscontrabili nelle nostre professioni, ma fondamentali per ribadire la qualità di un rapporto interpersonale apparso subito immutato nonostante le pausa decennali interrotte solo da qualche e-mail.
Beppe Marotta oggi fa parte a pieno titolo del gruppo di varesini che hanno onorato e onorano la nostra comunità. Anche da vecchio milanista ma varesino io non ho avuto problemi ad abbracciarlo e a ringraziarlo per quanto ha fatto come direttore della Juve e come dirigente del calcio italiano.

Lasciato Beppe entro nella vicinissima e accogliente edicola Vezzosi, calda quando c’è il gelo, fresca nei giorni della calura. Ed ecco il secondo incontro. Massimo Lucarelli, pivot dell’Ignis dei primati, mi saluta con sorpresa e simpatia dopo decenni che non ci si vede. Non solo la mia età ma anche i suoi capelli spruzzati di grigio dicono che ne è passato del tempo, ma calore umano, cordialità e simpatia sono immutati: aggiunti a una bella intelligenza e a una cultura invidiabile completano il personaggio Lucarelli.
È capitato a tutti coloro che conoscono e amano il basket di constatare l’assoluta infondatezza di un vecchio detto lombardo, cioè «grand e ciula», coniato forse da chi odiava le persone alte e il nostro sport preferito che è molto amato e seguito da appassionati eredi ultimi, in termini di statura, della Banda Bassotti dei latini dell’impero romano.
Lucarelli è un mister simpatia eccezionale, è stato anche un grande organizzatore di scherzi, ma non ha mai scherzato con l’impegno sportivo professionale: ha vinto tutto con il leggendario Nikolic al timone della squadra. Se non ricordo male, giocando a Milano contro la Mobilquattro una
partita magistrale, fu anche determinante per uno scudetto. Lucarelli oggi dà una mano a chi dà continuità al nostro basket giovanile. Spero di incontrarlo ancora per ricordare in allegria i nostri anni giovani.

Il tempo di percorrere i 300 metri che portano all’incrocio della via dove abito ed ecco il terzo incontro: Pietro Carmignani mi saluta mentre è in pieno exploit podistico. L’ex portiere di Varese, Juventus e Napoli, vincente pure come allenatore a Parma (Coppa Italia), non può fermarsi, è in ritardo: ci sentiremo presto dopo esserci visti l’ultima volta una valanga di anni fa, non meno di 30.
A Pietro mi lega una vicenda personale. Giocava nel Como e Alfredo Casati, direttore del Varese, lo voleva in biancorosso, ma l’Atalanta premeva per portarselo a Bergamo. Casati mi avvicinò: «Tu hai lavorato al giornale lariano La Provincia, conosci forse l’avvocato Levoni, vicepresidente del Como?». Risposta affermativa: Levoni lo incrociavo spesso come difensore in corte d’ assise o in tribunale.
Gli telefonai, i due dirigenti si trovarono e Carmignani giocando a Masnago si sarebbe conquistato successivi importanti trasferimenti e una carriera piena di altre grandi soddisfazioni come collaboratore di Arrigo Sacchi.

Tre incontri, tre porte spalancate sul passato e qualche problema per me: vissuti da cronista gli anni d’oro dello sport varesino, sono stato poi dirottato ad altri incarichi. Dagli Anni 80 due sole volte ho messo piede nell’ambiente cestistico, quando il sindaco Fontana volle Raga e Morse nella storia della città.
Per il calcio Luigi Orrigoni mi invitò a un consiglio della società biancorossa. Non fu un’esperienza entusiasmante, Luigi si meritava ben altro. Ma è stato una grande e indimenticabile persona.
Ho sempre avuto riguardo per la mia autonomia professionale, così quando andai a salutarlo per l’ultima volta, era già molto ammalato, sedendomi davanti a lui mi sentii dire: «Che bello avere di fronte un amico che non ti chiede mai soldi!».

Autonomo con tutti, anche nei confronti di Giovanni Borghi che ricambiava a suo modo un sentimento che faceva la spola tra il rispetto e l’affetto.
Nelle giornate di punta delle grandi stagioni europee della Ignis il presidentissimo per scaramanzia scommetteva con me 1000 lire contro il suo squadrone. Non mi è mai riuscito di scucirgli un centesimo della modesta posta tutte le volte, erano molte, che l’Ignis vinceva; quando invece toccava a lui di incassare lo faceva con un immancabile affollato teatrino al bar Socrate o al Palasport oppure al “Franco Ossola” dove mi rintracciava quando gli risultavo in ritardo nel pagamento. Acchiappava il commenda la banconota, la accarezzava, la “stirava” e se la metteva in tasca accompagnando il gesto con una battuta in dialetto milanese: «Ghe ne avevi propi de bisogn!».

Storie minime di un‘epoca da leggenda che i varesini mai dimenticheranno. E già ci sono nipotini che se la fanno raccontare dai loro ancora giovani nonni.

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Pubblicato il 07 settembre 2017
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