Medjugorje: il culto autorizzato ufficialmente

Il racconto dell'evoluzione del culto nato in Bosnia Erzegovina e portato in tutto il mondo, con parecchi fedeli anche a Varese e dintorni

I fedeli al Palasport per la Madonna di Medjugorie

Il Vaticano ha atteso la festa dell’Immacolata per dare all’immenso popolo dei fedeli di Medjugorje la notizia del riconoscimento ufficiale delle apparizioni.

In sostanza una piccola evoluzione, via libera alle strutture ecclesiastiche per tutte le iniziative di culto, per approfondimenti e studi e anche attività in ordine a raduni, visite e accoglienza dei veggenti, senza dimenticare l’organizzazione dei pellegrinaggi: insomma niente di diverso rispetto a quanto avviene nella galassia di un grande santuario ufficialmente riconosciuto dalla Santa Sede.

L’annuncio è stato una vera sorpresa perché qualche recente osservazione di Papa Francesco poteva far pensare anche a una diversa conclusione della accuratissima istruttoria sulle apparizioni e il loro mondo svolta da un autorevole prelato polacco, scelto proprio dal Pontefice. I fedeli, per la verità da sempre tranquilli e fiduciosi, hanno celebrato l’evento con serenità e intima gioia; certamente hanno ringraziato con la preghiera la loro Grande Mamma, che dall’ 8 dicembre 2017 è dunque un importantissimo riferimento nella storia dell’umanità e della Chiesa al pari di Lourdes e Fatima che i cattolici europei conoscono e frequentano da tempo.

Ha senso riprendere dopo qualche giorno la notizia del riconoscimento perché Varese, storicamente molto devota alla mamma di Gesù, anche con Medjugorje si è confermata comunità molto sensibile e attenta ai segnali di una particolare vicinanza della Madonna alla grande famiglia umana. Delle apparizioni in Bosnia Erzegovina, la prima a fine giugno del 1981, non lo si seppe subito: Medjugorje è in mezzo ai monti, come dice lo stesso nome della località, era molto più nota invece la città di Mostar, ricca di storia, sede vescovile e ultimo avamposto cattolico circondato da non poche moschee. Mostar è a diversi chilometri di distanza dal piccolo paese che 36 anni fa era ancora molto primitivo anche perché sempre abbandonato dalle giovani generazioni che emigravano in cerca di lavoro.

Fu modesto, lento ma tenace il passaparola delle apparizioni: in Italia fu raccolto da medici milanesi e varesini che subito organizzarono spedizioni in camper verso la lontana Erzegovina, nel cuore di una Jugoslavia allora ancora un po’ diffidente, per ragioni politiche, in particolare nei confronti di marxisti italiani e sovietici che avevano sempre avuto come riferimento poteri e cultura staliniani, mentre Tito aveva fatto della Jugoslavia la leader di stati comunisti o progressisti autonomi, indipendenti da Mosca.

Prime spedizioni, all’inizio con lenti percorsi di centinaia e centinaia di chilometri senza autostrade, primi piccoli raduni in Italia per ascoltare i veggenti. In seguito in pochi anni si arrivò al turbine di pellegrinaggi, alle adunate varesine di preghiera con 5000 presenti al Palasport di Masnago, poi improvvisa poi sarebbe arrivata una frenata della Chiesa romana. Una Chiesa che è sempre stata prudentissima e anche divisa sul fenomeno, infatti c’erano per esempio sacerdoti che giudicavano negativamente senza nulla avere visto e toccato, mentre chi di loro era andato a Medjugorje era entusiasta per lo spessore religioso che vi aveva trovato e la quiete interiore, il calore e la fiducia di una preghiera mai di routine, il clamoroso fenomeno delle conversioni.

Il periodo dell’attesa del riconoscimento è stato lungo, ma vissuto senza timori dai fedeli della Madonna; a Varese avevano accolto i veggenti anche nella chiesa a Lei dedicata al Sacro Monte. Nel silenzio la verità stava però venendo a galla: si sapeva dell’ostilità dei vescovi di Mostar, di vicende amare per frati e parroci vicini ai fedeli di Medjugorje, delle difficoltà che i veggenti potevano incontrare, ma nessuno poteva immaginare la potenza della riscossa cattolica venuta a galla anche con documentazioni e testimonianze raccolte negli ambienti che avevano sempre considerato nemici dello Stato coloro che erano vicini alle apparizioni, veggenti e clero in testa.

Un fenomeno di fede in sostanza dai poteri era stato oggetto di analisi e valutazioni squisitamente politiche. Ad articoli e libri, uno dei quali scritto da Paolo Brosio, all’attività intelligente e accurata di eccellenti giornalisti croati si sono aggiunti anche filmati e foto significativi e si è potuto approfondire anche situazione e comportamenti dei due vescovi insediati a Mostar e piegati dai servizi segreti del regime avverso al cattolicesimo quindi costretti a contrastare tutto quanto afferiva a veggenti, parroci e frati, considerati appunto “nemici dello Stato”.

L’avversione è puntigliosamente continuata – sembrava a volte addirittura un fatto personale – anche dopo le sanguinose guerre etniche. Il Vaticano attento, considerava e valutava i rapporti che arrivavano da Mostar o che i suoi vescovi facevano, di persona e con un certo accanimento, quando arrivavano a Roma. Dire peste e corna delle apparizioni sembrava un sacro dovere. Ma il vento della libertà ha soffiato nelle vele della nuova terra dei miracoli. Anche uno dei capi dei regimi balcanici ha infatti parlato tranquillamente di questa caccia a veggenti, sacerdoti e popolo dei fedeli: era stata una ordinaria operazione di polizia per chi doveva dare particolare e sicura veste all’ordine pubblico. Operazione che evidentemente richiedeva pressioni, ordini, intimidazioni nei confronti dei più autorevoli rappresentanti locali della Chiesa di Roma.

La proiezione di un filmato con prove e non chiacchiere o ipotesi ha avuto straordinaria eco nella ex Jugoslavia dove tra l’altro la componente cattolica è sempre stata battagliera. Certamente anche in Vaticano la sorpresa deve essere stata sconvolgente. In Italia storici “madonnari” come Paolo Brosio, un convertito di ferro e autore di un libro – inchiesta rivelatore, si sono scatenati. Per nulla convincente è stata giudicata l’autodifesa del vescovo vivente, più volte presente a Roma a curare gli interessi del potere laico e non quelli del suo gregge. Le bugie hanno le gambe corte fanno vittime e guai. Si rafforza l’accusa agli ambienti vescovili di Medjugorje di avere riservato un inferno a frati, sacerdoti, veggenti e credenti.Perdonarli sarebbe molto cristiano. Anche da cronista più volte sono andato a Medjugorje senza prevenzioni e con molto rispetto. Ne sono sempre ritornato senza avere visto miracoli ma con una infinita pace interiore che in questo preciso momento non ho.

Per la nostra legge non è nemmeno più reato, per quella dell’educazione lo è ancora e lo sarà sempre, ma che forte tentazione di essere maleducato e mandare a quel paese chi, con titolo e ruolo per essere pastore e guida del suo gregge, ha trascurato il mandato. Ma è meglio pensare alle sofferenze dei veri eroi della Chiesa del silenzio. Chissà se oggi nelle scuole viene ricordata.

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Pubblicato il 15 dicembre 2017
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