Mancano gli anestesisti a Saronno: una crisi preannunciata

Dalla carenza di anestesisti a Saronno a quella di posti letto a Varese. La politica del risparmio sta creando danni che si vorrebbe far passare come "benefici per gli utenti"

Ospedale di saronno

All’Ospedale di Saronno mancano gli anestesisti per coprire i turni di sala operatoria e della terapia intensiva.
E’ una notizia di 
cronaca su un evento preannunciato da anni e da più parti, sindacati medici in testa, cioè da coloro che, a differenza di Governo e Regione, sanno far di conto e segnalano problemi cui nessuno mette mano. Il venir meno di specialisti di ogni settore negli ospedali, e soprattutto in alcune discipline, è un dato nazionale e la Lombardia e la Provincia di Varese non ne sono esenti, come ben ha evidenziato la presa di posizione, fin qui inascoltata, dei 73 Primari del nostro territorio.

Giocano in tal senso soprattutto la ”gobba” pensionistica, il blocco del turnover e i meccanismi lunghi e complessi per il suo superamento anche in caso di assoluta necessità, il che non permettere di acquisire neppure le scarse risorse disponibili, la “politica” delle università sull’accesso alle scuole di specialità e, in piccola, ma qualificata, parte, la fuga verso il privato accreditato di chi non ne può più di stare in un pubblico ridotto scientemente, perché altro non si può dire, in stato comatoso.

La politica e le istituzioni nazionali e regionali, deputate a dar risposta ai bisogni dei cittadini, parlano molto, ma fino ad oggi non hanno fatto nulla, e questo è un dato, non un’opinione di parte. Adesso, come preannunciato pomposamente   dall’Assessore lombardo alla Sanità Giulio Gallera, siamo in attesa di conoscere la “vocazione” riconosciuta agli ospedali lombardi.

Una procedura ex cathedra – cioè fin qui senza alcun confronto con i territori, ai quali si è chiesta una solo adesione “a priori e a “prescindere”, ma, al massimo, con i potentati locali- che produrrà di fatto l’elenco degli ospedali da valorizzare e di quello degli ospedali da chiudere, alcuni certamente e a ragione, o da preservare, in parte per esigenze tecnico-assistenziali e in parte per fare ossequio alle promesse elettorali dei “portatori di voti”.

Quanto al Governo e alla Conferenza Stato Regioni, saranno la legge di stabilità e quella del bilancio, e la risposta delle Regioni, a dirci se ci sarà una svolta in tema di salute con l’attribuzione di maggiori risorse alla sanità. Al momento non ci sono segnali in tal senso e il tema non sembra essere fra le priorità del Governo,   prevalendo gli annunci sul reddito di cittadinanza, sulla flat tax e sulla riforma della legge Fornero, tutte promesse onerose che, se attuate in tutto o anche solo in parte, assorbirebbero comunque risorse.

Intanto la Direzione della ASST dei Setti Laghi dichiara che la richiesta di un numero maggiore di posti letto al Macchi è “anacronistica” perché il futuro della medicina ospedaliera sarà sempre più incentrata sui servizi ambulatoriali le cui strutture va incrementando presso il Macchi. Sarà anche vero, ma intanto, solo per fare qualche esempio, lo vada a raccontare agli “ospiti” del Pronto Soccorso, ai cittadini di Varese e a coloro che, in regime di emergenza/urgenza, vengono “dirottati” verso altri ospedali della Provincia, non sempre in maniera “appropriata”, a chi è in lista d’attesa per interventi “programmati”, ai pazienti anziani, disabili e cronici, e alle loro famiglie, che già devono sopportare i di disagi di ripetuti accessi ai servizi ambulatoriali, con passaggi burocratici annessi, e e che devono fare i conti spesso con lunghe liste d’attesa, lo racconti anche alla Regione nel caso in cui, nella nuova pianificazione, questa decidesse di fare del Macchi un polo di riferimento. Va bene tutto, ma   contrabbandare esigenze di risparmio e carenze d’organico come politiche favorevoli agli utenti di oggi sembra un po’ troppo.

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Pubblicato il 04 settembre 2018
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