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Confcooperative compie 100 anni. Nel mondo che cambia c’è più bisogno di mutualismo

Venerdì 6 dicembre a ComoNext (Lomazzo) si terrà l'assemblea generale. Frangi (presidente): «Si aprono spazi nuovi e in larga parte inediti. Dobbiamo solo esserne all’altezza»

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Confcooperative compie cento anni. Un secolo di vita è un traguardo speciale, sopratutto per un’associazione di rappresentanza. Attraversare il fascismo, una guerra mondiale, il passaggio dalla monarchia alla repubblica, il boom economico e un paio di crisi economiche, di cui una di proporzioni bibliche, e rimanere saldamente legati al proprio bagaglio di valori originari è di per sè già un risultato notevole. «Il filo rosso che unisce il percorso di Confcooperative in questo secolo di vita è il mutualismo. La confederazione è nata da soggetti diversi tra loro ma accomunati dalla fedeltà alla dottrina sociale cristiana e dall’impegno a servire le comunità e i territori di appartenenza» dice Mauro Frangi presidente di Confcooperative Insubria che ricomprende i territori di Varese e Como.

Presidente, i dati degli ultimi 5 anni dicono che, rispetto alle altre province lombarde, Confcooperative Insubria è l’unica a crescere per numero di iscritti, di poco, ma cresce. Come va letto questo dato e che tipo di crisi sta attraversando la cooperazione?
«Stiamo parlando delle imprese cooperative iscritte e quindi quando crescono i numeri vuol dire che c’è una maggiore capacità di rappresentanza e un’attività di valore sui territori di riferimento. La parte più in ombra dei dati sul movimento cooperativo è dato dalla scarsa adesione a questo modello da parte delle nuove imprese e dei giovani»

E come si spiega?
«Molti dei fenomeni chiave della “nuova economia” basata sulle tecnologie digitali hanno contenuti cooperativi e mutualistici e non incontrano se non molto raramente la forma giuridica cooperativa. Capita invece che la adottino in età più adulta dopo aver fatto altre esperienze. Penso che sia un dato culturale, strettamente legato al percorso formativo. Inoltre c’è una percezione della forma cooperativa che non risponde al dato di realtà, distorsione in parte dovuta a una reputazione compromessa a causa di qualche farabutto che ne ha approfittato. Ma il movimento cooperativo è sano ed esprime valori in grado di rispondere alle sfide della contemporaneità. Una di queste è aumentare la presenza di giovani e delle professioni ad alto valore intellettuale».

Durante la crisi economica il movimento cooperativo ha dato risposte adeguate. Dopo una prima flessione, dal 2012 al 2018 il numero degli addetti è cresciuto soprattutto nel settore della solidarietà. Può essere una risposta valida anche per la fase di ripresa?
«Può sembrare paradossale ma la crisi non ha ridotto il bisogno di mutualismo, anzi, lo ha moltiplicato. Se pensiamo al mondo della cooperazione di abitazione o alla grande tradizione, soprattutto varesina, dei circoli cooperativi, possiamo osservare che a segnare il passo sono le esperienze imprenditoriali realizzate e non i bisogni sociali che le hanno generate. Oggi i bisogni che hanno generato quelle esperienze che ci paiono esaurite si chiamano housing sociale o cooperazione di comunità. Si aprono, quindi, spazi nuovi e, in larga parte, inediti. Dobbiamo solo esserne all’altezza».

In un contesto globale sempre più complesso c’è qualche punto fermo da cui il movimento cooperativo può iniziare a progettare il proprio futuro?
«Beh, delle certezze ci sono, a partire dall’andamento demografico. Aumenta l’aspettativa di vita e aumenterà di conseguenza la popolazione anziana e si ridurrà la percentuale di quella in età lavorativa. Sarà un mondo in cui ci si sposterà sul territorio sempre più facilmente e che vedrà quantità crescenti di esseri umani spostarsi per cercare un destino migliore altrove. Un mondo in cui l’impatto delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale sulla vita delle persone diverrà sempre più pervasivo nella sfera privata, in quella del lavoro, in quella sociale. Cambiamenti enormi e, in qualche caso, travolgenti. Che devono essere progettati e gestiti e non solo subiti».

Perché per la vostra assemblea del centenario avete scelto Comonext, un parco scientifico e tecnologico e un digital innovation hub?
«Perché è una bella metafora. In questo ex cotonificio di fine Ottocento lavoravano migliaia di persone. Insomma, c’ era vita, lavoro e una comunità che viveva e condivideva parte della ricchezza che produceva. Oggi è un luogo dove nascono startup innovative dove lavorano soprattutto giovani che condividono molti dei nostri valori».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 04 dicembre 2019
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