Non torniamo alla normalità. Perché la normalità era il problema

A tre mesi esatti dal primo caso di covid-19 Varesenews apre uno spazio per la memoria di ognuno di noi. Inizia il direttore Marco Giovannelli e vi invitiamo a scriverci e raccontarci cosa è stato per voi questo periodo

coronavirus foto generiche vario varie

Per lungo tempo la mia colonna sonora del coronavirus è stato il trillo di whatsapp. Insieme con questo il silenzio. La redazione di Varesenews si trova in prossimità di una rotonda molto trafficata. Per due mesi non si sentivano più rumori lungo le strade.

Non amo stare al telefono e per quanto sia difficile da credere lo uso anche poco. Prima dell’emergenza il tempo medio non arrivava a superare due ore e mezzo al giorno e sbloccavo il mio smartphone una ottantina di volte. Nei momenti più difficili questi dati si sono triplicati e un giorno mi sono reso conto che la chat con la mia compagna era sprofondata sotto altre sessanta.

La memoria è una cosa strana. Si nutre di immagini ed emozioni e va coltivata. Il rischio più grande che corriamo è di non considerarla e di rimuovere tutto quello che ci inquieta. Viviamo così una cronaca continua che non trova il modo di sedimentare e di permetterci di riflettere sulla nostra esperienza. Non si tratta di fare bilanci, ma di raccontare prima di tutto a noi stessi e poi agli altri quale sia il vissuto. Un esercizio che è la base per arrivare a conoscerci meglio, anche perché dentro ogni esperienza c’è una parte di noi stessi.

SCRIVICI LE TUE MEMORIE, LE TUE EMOZIONI, I TUOI PENSIERI IN QUESTO PERIODO DI CRISI

Ho avuto la grande fortuna di stare sempre bene fisicamente e questa non è una premessa scontata nel raccontare cosa sia stato per me questo periodo.

Ho lavorato tanto, forse mai così tanto. La mia vita nei due mesi di lockdown è stata scandita da ritmi sempre uguali. La sveglia, puntata alle otto non è servita quasi mai perché un bel po’ prima ero sempre in piedi. Colazione e una serie di routine che mi dessero una prima idea delle notizie. I giornali nazionali, le email, whatsapp, Facebook, Twitter e i primi appunti verso i collaboratori. Alle otto e mezza la strada a piedi verso la redazione. La mia seconda fortuna è vivere a due chilometri e mezzo dalla sede del giornale. Così ho sempre camminato percorrendo quattro volte al giorno quella strada  passando dalle stradine laterali. Sono riuscito a dimagrire oltre quattro chili grazie a un’alimentazione attenta. La spesa una volta alla settimana era un diversivo al ritmo di vita scandito sempre uguale.

Ho usato pochissimo l’auto. Un pieno di carburante è durato per oltre quarantacinque giorni. Lo stesso tempo in cui non sono mai entrato in autostrada e in cui non ho avuto una sola giornata di pausa.

Non ho paura, non l’ho mai avuta. Non è un merito perché ogni emozione va ascoltata e accolta. Fa parte di noi. Sono stato preoccupato, quello si. Per me, ma soprattutto per mia mamma, che ha compiuto 90 anni proprio la settimana dopo il lockdown, e per i miei figli. Per la mia compagna e i suoi ragazzi. Per mia sorella, i miei nipoti e per i tanti amici. Si sono ammalate persone a cui sono legato, per fortuna ne sono uscite tutte. Nei giorni pesanti della crisi qualche pensiero brutto ha fatto capolino. Ho pianto poco, perché non potevo permettermi di andare troppo in crisi, ma in diverse occasioni è stata dura.

La consapevolezza forte di cosa stesse succedendo è arrivata alla fine di una diretta video drammatica con un collega di Bergamo. Ho finito il collegamento e sono uscito dalla redazione. Era già buio e tornando a casa a piedi è entrato tutto il dramma di quel racconto. Un dolore intenso, potente e le lacrime mi hanno accompagnato per un bel tratto di strada.

Non è sempre stato così però. Quando da Wuhan è arrivata la notizia di questo nuovo virus, per un bel po’ di tempo avevo sottovalutato quanto stava succedendo. Ricordo ancora l’ironia che si faceva tra alcuni di noi sul fatto che l’avessimo già preso, perché in fondo era poco più che una banale influenza. Ero in buona compagnia perché diversi “scienziati” all’inizio andavano dicendo che si stava esagerando. Complice anche la stampa spesso poco equilibrata, sembrava di assistere a una eccessiva drammatizzazione. Le terribili immagini dalla Cina erano contrastate da molti commenti dai toni diversi. Poi era scattato il tifo di quelli affascinati dalla velocità con cui stavano costruendo gli ospedali e quelli che parlavano di una gigantesca montatura. Tanto comunque la Cina era lontana e quindi ci si poteva permettere qualsiasi commento. Peccato che da lì a poco avremmo scoperto che in poche settimane erano centinaia di migliaia le persone che avevano volato da e per quell’immenso Paese.

Arriviamo così al 21 febbraio quando viene scoperto il primo contagiato italiano a Codogno. La “mia” data snodo è due giorni dopo. Avevo accolto l’invito professionale ed ero andato a Varese per l’inaugurazione di un servizio al centro Beccaria. Lì c’era anche il presidente della commissione sanità. “Siamo preoccupati e c’è il rischio di arrivare a un migliaio di contagi”. Da quella domenica niente è più stato lo stesso. Altro che mille.

La settimana dopo hanno chiuso le scuole. Mia figlia, educatrice, si è trovata a dover scegliere se stare a casa sua da sola o tornare dalla mamma o dal papà. È con lei che ho provato una delle emozioni più forti perché l’ho rivista dopo tre settimane sotto casa sua a Malnate per portarle alcune cose che sapevo le avrebbero fatto piacere. Un magone incontenibile. Non poterla abbracciare, stare a distanza con le mascherine. Noi fortunati, ma al tempo stesso costretti a non poter fisicizzare un amore profondo.

In quelle emozioni c’è tanto altro del mancarsi tra affetti profondi. Almeno per me era come se in quel momento apparisse tanta parte della tragedia che stavamo vivendo. Genitori soli negli ospedali o nelle case e i figli impossibilitati ad accudirli, aiutarli, stare vicini nel momento del massimo dolore. La solitudine è stata la cifra potente di questo virus. Non la mia, che ha fatto capolino solo in rare occasioni, ma per tutte quelle persone che hanno avuto problemi sanitari seri fino a chi ha perso la vita.

Ho avuto tempo per pensare, sempre troppo poco, perché il tempo del cammino era quello delle telefonate e per il più delle volte per ragioni di lavoro. Non ne potevo più del telefono.

Poi sono arrivate le domeniche di fine marzo. Mi sono preso il lusso di andare a girare a piedi e fare piccoli reportage. Mi ha aiutato molto e ho potuto immortalare le città, il Lago Maggiore, Sacro Monte come non li vedremo mai più. Deserti e con un silenzio assoluto. Solo la natura con il vento e il cinguettio degli uccelli.

Un periodo che ha rimesso in moto una energia diversa. La mia responsabilità di condurre un giornale e due imprese editoriali mi ha “costretto” a elaborare velocemente strategie e non fermare le progettualità così vitali per il nostro lavoro. Non mancava certo il flusso delle informazioni, ma la nostra attività non è solo la cronaca e le idee sono il carburante fondamentale per far vivere e crescere i progetti. Abbiamo attivato due dirette al giorno con tanti ospiti. Dato vita al progetto della newsletter saltando tutto quello che stavamo organizzando per farla partire. Le correzioni le abbiamo fatte e le stiamo facendo in corsa d’opera.

Termino questa prima riflessione e la memoria sui miei giorni con uno sguardo al virus.

Non è un nemico e non siamo in guerra. La parole sono importanti. Quello che me lo fa dire non è solo la mia cultura e il mio background ideale. Il virus è parte della natura e della nostra terra. C’era prima che arrivassimo noi. Se non ne terremo conto i rischi per il futuro saranno altissimi.

Non gli voglio bene per niente e non mi interessa incontrarlo. Se ne stia alla larga e anzi, se ne vada proprio. In questo periodo l’attività che più mi ha aiutato nella riflessione intellettuale ed emotiva è stata la lettura. Non i giornali, di cui non mi interessa parlare per ora, ma un libro e alcuni scritti. Il libro è Spillover di David Quammen che racconta tutte le ultime epidemie virali e come sia il salto di specie dei virus  il problema più grande e pericoloso per l’uomo. Un saggio scritto come un romanzo, un libro di viaggi, visto che lui oltre alla dimensione scientifica in laboratorio, ha vissuto in prima persona il lavoro dei ricercatori a partire dalle battute per catturare pipistrelli, scimmie e altri animali. Mi ha fatto conoscere, senza alcun giudizio o elementi preconcetti, cosa significhi affrontare i temi ambientali. Un piccolo capolavoro da leggere assolutamente.

Poi la lettura di tanti soggetti attenti alla profondità delle nostre vite. Riflessioni filosofiche di monaci, architetti, scienziati, filosofi, pensatori.

La frase che sintetizza molto bene quello che penso è “Non torneremo alla normalità. Perché la normalità era il problema”.

Sarà difficile dargli seguito perché la cosa più difficile è andare incontro con energia e coraggio al bisogno di cambiamento.

 

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di marco@varesenews.it
Pubblicato il 21 Maggio 2020
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