“Avrei potuto essere alla Diaz, meno male che mi hanno convinto a non andare”

Il racconto di Stefano Bottelli che ha vissuto a Genova dal giovedì alla domenica mattina, evitando per un soffio sia la tragedia di piazza Alimonda sia i pestaggi della Diaz

G8 di Genova 2001 - le foto

(Foto Indymedia)

Nessun distacco.
Dopo 20 anni il mio ricordo di Genova è ancora doloroso, dal punto di vista politico e personale.

Ai tempi ero parte del centro sociale “Il Kanile” di Cassano Magnago. Avevamo aderito alla piattaforma di Rete Lilliput di Busto Arsizio, in cui erano confluiti movimenti di sinistra, centri sociali e anche una grande parte del mondo cattolico, particolarmente attivo sulla campagna “Cancella il debito”. C’erano anche i partiti, Rifondazione e i democratici ma questi ultimi con grande ambiguità.
C’era entusiasmo, la voglia di cambiare il mondo aveva unito in una visione collettiva tantissime migliaia di giovani.

Dal 2000 avevamo partecipato a quasi tutte le manifestazioni del movimento: eravamo stati a Praga e a Napoli.  Alcuni compagni del Kanile erano andati a Genova con tre giorni d’anticipo e due giorni prima della manifestazione dei migranti avevano trovato un ordigno rudimentale al Carlini, nei pressi di un tir, con tanto di intervista al Tg1 della sera per l’attentato sventato. Altro segnale, che il clima stava cambiando.

Con alcuni compagni bustocchi andammo in treno a Genova il 19 luglio per la manifestazione festante e colorata con i migranti. Ci siamo piazzati al Carlini con le tende e la prima sera abbiamo adottato un compagno toscano più che 70enne che si era perso. A testimonianza del clima di fratellanza che c’era: eravamo folli, pazzi d’amore per gli altri al punto, a 23 anni, di adottare un nonno.

La mattina del 20 uscimmo dallo stadio diretti al centro storico con un bel corteo, coloratissimo, con gente di diverse nazionalità. Vicino a noi francesi, spagnoli, baschi. In zona stazione Brignole si vedeva Genova dall’alto. C’erano fumi di qualcosa che bruciava. Arrivarono le voci di questi black bloc in azione. Ho visto gente girare in due in motorino in manifestazione, era strano. Poi ho capito, ma in quel momento non pensavo a possibili infiltrati. Fu molto duro.

Ero appena dopo la testa del corteo durante gli scontri di via Tolemaide che conduce con un piccolo tunnel in piazza Alimonda. Ci spararono dei lacrimogeni, il mio amico Antonello svenne accanto a me. Non andammo avanti per aiutare lui e questo forse ci ha salvato. Ricordo le cariche del battaglione Lombardia dei Carabinieri che scatenò gli scontri di piazza Alimonda in cui fu ucciso Carlo Giuliani.

Noi però ci stavamo allontanando per soccorrere Antonello. Ho chiamato mio padre, erano le 17: “Qui tutto bene”. “Non mi sembra proprio”, mi ha risposto lui che era davanti alla tv. Cominciarono a girare voci “è stato ucciso un compagno”, si diceva fosse uno spagnolo… Al Carlini la notizia ufficiale: “è morto un compagno, gli hanno sparato” dissero dagli altoparlanti. C’erano 25 mila persone, tutti con il pugno alzato. Quella notizia mi segnò profondamente: era morto un compagno e potevo essere io, poteva essere chiunque di noi, lo sentivamo, ed eravamo uniti in quel dolore.
Ricordo il pasto della Protezione civile al Carlini quella sera: un ragazzo greco che avevo salutato al mattino e ora era zoppo.

Sabato ci raggiunsero altri compagni del Kanile. Facemmo un blocco nostro, eravamo molto turbati. Partimmo. Ricordo la discesa verso il lungomare, prima di piazzale Kennedy. Eravamo 50 mila persone, tutte in cordone. Arrivarono i black bloc, incendiarono 2 macchine e le Forze dell’Ordine erano come impazzite. Ricordo il frastuono dei manganelli sugli scudi di interi plotoni della polizia.

La strategia era spaventare per spezzare il legame tra le forze sociali più antagoniste e le parti del mondo cattolico e del lavoro: un sodalizio pericoloso, perché poneva nuovi temi all’ordine del giorno. I fatti di Genova hanno distrutto un mondo fatto di sogni, visioni, esistenze: questo ci siamo portati a casa.

Ricordo di aver proposto di andare a dormire alla Diaz: “C’è il centro mediatico del Social forum lì, figurati se lo attaccano”, ho detto. Con noi c’era il prof Giuliano Leoni di origini liguri, che insegnava all’Eda e aveva esperienza delle manifestazioni degli anni ‘70. Ci ha detto “Belin, la situazione non è bella, andiamo via”. Per fortuna gli abbiamo dato retta.

Prendemmo le nostre cose al Caslini, erano rimaste 200 persone, alcuni giocavano a cricket per stemperare la tensione. Ce n’era troppa. Giuliano ci invitò sulla sua barca a La Spezia, non eravamo ancora arrivati quando ci fu un’edizione straordinaria del Giornale Radio: reparti speciali erano entrati alla Diaz e avevano massacrano tutti. Mi si è gelato il sangue. Avrei potuto essere lì, massacrato e umiliato.

L’indomani, domenica, manifestazioni di solidarietà partirono spontanee in tutta Italia, con decine di migliaia di persone in piazza in decine di città. Ma qualcosa si era rotto.
La gente ci accusava di essere andati a Genova: guardavano il dito e non la luna.
La Germania ritirò l’ambasciatore per le violenze subite dai suoi concittadini alla Diaz.
Poi ci fu l’11 settembre, e Genova sparì definitivamente dall’agenda Italiana e internazionale.

Credo che Genova 2001 abbia distrutto il pavimento sotto i piedi a un’intera generazione di ragazze e ragazzi: avere delle idee non serviva più a niente, non cambiava niente e a scendere in piazza si veniva massacrati. Andò in fumo l’autodeterminazione dei ragazzi per costruire un futuro migliore.
Si è dissolta in quei giorni una comunità di intenti e di valori, definendo un futuro opaco e fumoso. Martedì sarò a Genova, per ricordare tutto.

Stefano Bottelli
Animatore sociale Coop Totem

Cassano Magnago

Lidia Romeo
lidiaromeo@gmail.com

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Pubblicato il 19 Luglio 2021
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