I Jethro Tull con il sax soprano
Ian Anderson non aveva certo paura di innovare
Ho scritto fin troppe volte che la caratteristica dei veri artisti è quella di cambiare anche nel momento di massimo successo. Thick as a brick era andato benissimo – n.1 negli Usa – e Ian Anderson, ormai connotato da banalissime cose tipo “il pifferaio magico”, pensa bene di abbandonare per gran parte del disco il flauto a favore del sax soprano: quello dritto, tanto per capirci. La forma è ancora quella della rock opera anche se, come quasi sempre, la trama è talmente complicata da essere difficilmente raccontabile: di fatto è una riflessione sul possibile aldilà dopo la morte. Ma a caratterizzare questo disco è la sua tribolatissima genesi. Come altri gruppi che abbiamo già visto, i nostri decidono di andare a incidere al Castello di Hérouville – quello di Honky Château – ma per loro si rivelerà una pessima scelta: alloggi infestati dalle pulci, tossinfezioni da cibo, problemi tecnici… Dopo averne inciso tre quarti (doveva essere un doppio) ci rinunciano e tornano a Londra per ricominciare da capo. Ma a questo punto il tempo è poco e bisogna fare tutto in fretta facendolo diventare un disco singolo. Comunque interessante, arriverà anche lui al primo posto in USA.
Curiosità: i problemi furono tali che anche le sessioni registrate in Francia, che emersero decenni dopo, prendono il nomignolo che Anderson dava al castello: non più Château d’Hérouville ma Château d’Isaster.
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