Armata Rossa

Quattro allenamenti al giorno per sette giorni, indottrinamento continuo, durezza massima. Così Anatoly Tarasov creò la squadra che per vent'anni dominò il mondo dell'hockey mondiale

alla balaustra armata rossa

(d. f.) “Armata Rossa” è l’ottava puntata della rubrica di Marco Giannatiempo curata dalla redazione sportiva di V2 Media/ VareseNews e dedicata alla cultura dell’hockey su ghiaccio. “Alla balaustra” ha cadenza quindicinale e viene pubblicata il primo e terzo (ed eventualmente quinto) lunedì pomeriggio di ogni mese. Con questa puntata termina la prima serie di otto racconti: vi diamo appuntamento per l’autunno e vi ringraziamo per l’attenzione.

Se Hollywood, la più grande industria cinematografica del mondo sta su quella collina un motivo ci sarà: gli americani sono bravi a raccontare storie. Funziona così anche nell’hockey, a differenza dei russi, certamente meno capaci di farlo, ma almeno per un lungo periodo in grado di proporre il miglior hockey mai giocato e più medagliato di sempre. Chi non ricordata “Miracle on ice”? Partita nella quale Mike Eruzione prende le parti di Davide, gli USA, e scaglia il suo dritto in disco in fronte a Golia, l’Unione Sovietica super favorita, che stramazza esamine sul ghiaccio dei XIII Giochi olimpici invernali a Lake Placid.

Bella storia, ma quella che racconta la nascita e l’evoluzione dell’Armata Rossa lo è ancora di più, perché fatta di intuizioni, sacrificio, dottrina e tanto bel gioco. E perché ha consentito alla nazionale russa di dominare la scena mondiale dell’hockey su ghiaccio per vent’anni, in maniera praticamente incontrastata, collezionando medaglie in nove Olimpiadi consecutive, inclusi sette ori.

Di questa incredibile storia, tra l’altro, ne sa qualcosa anche la nazionale italiana che ai campionati del mondo a Colorado Springs del ’67 subì un perentorio 28 a 2, risultato passato alle statistiche come la miglior vittoria in termini di reti nella storia hockeistica della CCCP.

Questa storia, dicevamo, inizia nell’immediato dopoguerra, periodo in cui l’antagonismo tra USA e URSS apre alla Guerra Fredda, e dove le competizioni sportive assumono una forte connotazione politica e di propaganda. Per questo motivo nel ‘54 l’Unione Sovietica fonda il Ministero dello Sport della Federazione Russa, dove un anno più tardi viene convocato il compagno Anatoly Vladimirovich Tarasov, a cui viene affidato un compito ben preciso: portare la nazionale di hockey su ghiaccio sul tetto del mondo. A sua disposizione le migliori risorse umane, ovvero quelle della Central’nyj Sportivnyj Klub Armii, meglio conosciuta come CSKA Mosca, l’apparato sportivo militare del governo russo, che per oltre sessant’anni ha fornito atleti in svariate discipline. Ci sono pochi rubli, quelli servono per alimentare la corsa agli armamenti, ma gli obiettivi restano ambiziosi.

Tarasov accetta, ma deve affrontare un probelma piuttosto grande: in Unione Sovietica l’hockey su ghiaccio praticamente non lo si gioca perché va per la maggiore il bandy, sport che somiglia all’hockey su prato ma praticato sul ghiaccio. La pista ha dimensioni simili a quelle di un campo da calcio, con 11 giocatori di movimento e regole assai diverse: basti pensare che il portiere non ha il bastone ma semplici guanti. Ma si sa, “dietro ogni problema c’è un’opportunità” e quella di Tarasov fu la possibilità di partire da zero senza dover modificare un modello di gioco precostituito.

L’allenatore ha la totale ed incondizionata disponibilità degli atleti, anche perché prima di essere atleti sono soldati e vivono tra caserma e ghiaccio per 365 giorni all’anno, con pochissime licenze a disposizione. L’addestramento fisico, massacrante, si basa su sistemi rudimentali pensati per i soldati sovietici, che però Tarasov è bravo ad adattare al suo stile, perché lui non vuole quel gioco ignorante e fisico dei nordamericani. Lui impone schemi che i giocatori devono imparare a memoria, facendo ripetere gli stessi movimenti sino allo sfinimento, in quattro sessioni di allenamento al giorno per sette giorni a settimana.  Ma non basta, il movimento deve essere fluido e scorrevole, anzi armonico come la danza classica che ama tanto, ed anche in questo caso si susseguono infinite sessioni di pattinaggio e di amalgama tra schemi e movimenti.

Non manca naturalmente la parte motivazionale, anche se allora non si chiamava così, i giocatori vengono immersi nella dottrina del partito, con il chiaro messaggio che una vittoria non è solo sportiva, e che una sconfitta è una ferita per tutta Madre Russia. Si vive solo per l’Armata Rossa e lo sa bene Andrei Khomutov, per esempio, a cui viene negato il permesso di andare a trovare il padre morente per non saltare una sessione di allenamenti prevista dal programma. Andrei accetta in maniera del tutto naturale, anche se sa che non rivedrà mai più suo padre.

Questo, come molti altri eccessi, formano se pur in maniera forzata un enorme spirito di squadra, che abbinato al modello di gioco innovativo, fanno dell’Armata Rossa la più forte squadra di tutti i tempi. Il blocco sovietico è da sempre stata terra di grandi rivoluzioni, come quella di Ottobre Rosso, e da sempre le rivoluzioni hanno segnato un punto di svolta nella storia del paese. A suo modo, anche quella di Tarasov è una rivoluzione, capace di sovvertire un sistema prima ancora che una squadra.

Oltre ad una preparazione di altissimo livello, ed una personalità d’acciaio, sapeva riconoscere i talenti: eclatante fu il caso che gli capitò durante la Canada Cup, quando due talent scout seduti che gli sedevano vicino esaltavano le doti del portiere Mike Liut in forza ai St. Louis Blues e quelle dei difensori Larry Robinson e Denis Potvin. Tarsov senza scomporsi disse che il portiere era scarso, e i due terzini troppo lenti, concludendo che uno meritava di essere osservato, perché intelligente e con una grande visione di gioco: l’indice di Tarasov era rivolto verso un giovanissimo giocatore neppure ventenne, Wayne Gretzky.

L’ultima rivoluzione di questa storia però, riguarda Vjačeslav Fetisov, il capitano di quella incredibile nazionale, che oltre ad una serie di medaglie, portava appuntata al petto la più grande onorificenza nazionale dell’Unione Sovietica, quella dell’Ordine di Lenin, assegnata per notevoli servigi resi allo Stato. La sua rivoluzione fu quella di attraversare l’oceano andando a giocare per il nemico storico, l’America. La NHL si interessò al difensore già nel 1978, prima Montreal e poi l’anno successivo New Jersey, lo selezionarono, ma il regime comunista congelò qualsiasi trattativa. Servirono una decina di anni e soprattutto l’allentarsi della tensione della Guerra Fredda tra le due superpotenze, assieme alla volontà di Fetisov di lasciare il paese per prendere quell’aereo, cosa che fece assieme al compagno Igor Larionov. Di fatto i due si schierarono contro il regime comunista e il neo tecnico Viktor Vasilyevich Tikhonov, rei di aver osteggiato ogni minima apertura verso l’Occidente. Questa scelta che il governo russo accettò imponendo il versamento di una parte dello stipendio del giocatore nelle casse statali, sancì l’esclusione dal Mondiale del 1989 del difensore, provocando la ribellione dei compagni di squadra, che portò al suo reintegro, oltre che alla vittoria del torneo iridato da parte dell’Unione Sovietica.

L’arrivo di Fetisov in NHL ruppe gli argini tra i due blocchi, generando la fusione di due stili di gioco assai diversi, che trasformarono il campionato nordamericano nel più bello al mondo. Di contro questa cosa minò le basi di un sistema, come quello sovietico, che di fatto fu costretto a rifondarsi, visto che vennero a mancare le basi ideologiche e politiche che fungevano da spina dorsale del sistema stesso.

ALLA BALAUSTRA: PUNTATE PRECEDENTI

1. La fine di un “goon”
2 . Ghiaccio nero
3. Quei “matti in gabbia”
4. Sessantotto
5. Novantasette per cento
6. Folti baffi neri
7. Il bandito e il portiere

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Pubblicato il 22 Aprile 2024
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