Echo: il riflesso dell’umanità alla Biennale di Venezia
Echo è la mostra del Padiglione della Repubblica di Armenia, curata da Armen Yesayants e ideata dall’artista Nina Khemchyan

Alla Biennale di Venezia 2024, il tema Stranieri ovunque si è trasformato in un invito a esplorare le connessioni profonde che ci legano a noi stessi, agli altri e alle tradizioni.
La risonanza di questo messaggio ha trovato la sua massima espressione in Echo, la mostra del Padiglione della Repubblica di Armenia, curata da Armen Yesayants e ideata dall’artista Nina Khemchyan, un viaggio attraverso la condizione umana, un dialogo tra passato e presente, colpa e redenzione, spiritualità e arte. Ho avuto la fortuna di incontrare Nina durante il finissage della sua mostra, un’occasione inattesa che mi ha permesso di condividere con lei le emozioni che il suo lavoro ha suscitato in me. Mi ha riportata a quando ero bambina, facendomi provare un senso di stupore e meraviglia, avvolta da una sensazione di sicurezza e tranquillità, come se fossi stata dolcemente cullata dall’alto. Ho scoperto dentro di me una libertà profonda, capace di far vibrare le corde più intime del mio essere.
Echo è un viaggio attraverso il tempo, una fusione di eredità medievale armena e sensibilità contemporanea. Al centro della prima sezione, un lungo rotolo di carta bianca di 50 metri racconta i peccati capitali con inchiostro nero. Un gesto spontaneo, senza correzioni, come un flusso d’anima catturato dall’artista. Evoca tensione, immergendo lo spettatore nella complessità umana, fatta di errori, fragilità e introspezione. Questa tensione si dissolve gradualmente nella seconda sezione, dove undici sfere di ceramica blu sospese nell’aria, incise in oro con testi sacri del V secolo, diventano un simbolo di redenzione. Gli sharakan, antichi canti spirituali scritti da Mesrop Mashtots, creatore dell’alfabeto armeno, risuonano nello spazio attraverso la voce di Hasmik Baghdasaryan-Dolukhanyan. La mostra riesce a essere intima e universale. Attraverso l’eco dei canti sacri e la tensione delle immagini, il visitatore è invitato a esplorare la propria interiorità. È un viaggio che parte dalle ombre, attraversa il pentimento e si conclude con la luce, mostrando che ogni errore e ogni ferita possono diventare parte di un cammino verso la comprensione e la speranza.
Il percorso culmina con una sfera d’oro, simbolo di luce assoluta e speranza. Questa stanza finale, avvolta nella quiete, invita alla riflessione: attraversare i peccati e la sofferenza è parte del viaggio umano per arrivare a una dimensione di redenzione e spiritualità. Al cuore della mostra c’è Mesrop Mashtots, figura fondamentale per la cultura armena, che con l’invenzione dell’alfabeto ha dato forma all’identità di un intero popolo. La scelta della ceramica e della carta come materiali principali sottolinea sia la fragilità dell’esistenza sia la necessità di proteggere le proprie radici culturali, portando alla luce una riflessione universale sulla memoria e sull’identità.
Un’eco che risuona oltre i confini
Al di fuori degli spazi ufficiali della Biennale, due eventi hanno ampliato il tema dell’eco. Al concerto di Canberk Ulaş, all’interno del Venice Festival Jazz Echoes of Becoming, le note del duduk, strumento millenario armeno e turco. Ulaş ha mostrato che i suoni, come gli esseri umani, possono incontrarsi e trasformarsi.
La sua performance mi ha fatto pensare a quanto siamo tutti un’eco delle nostre origini e delle influenze che incontriamo. Il suo modo di suonare era come una conversazione, una traduzione sonora di un dialogo tra culture storicamente in tensione, ma capaci di generare bellezza quando si lasciano attraversare dall’altro.
Nella performance Passio Stabat, presentata all’interno del programma Veneto in Danza, l’eco si è fatto corpo e movimento. La coreografa Michela Barasciutti ha esplorato la passione e la compassione come riflessi di un’umanità condivisa. I danzatori hanno messo in scena una lotta interiore, un crescendo emotivo che culminava nella pietà, creando un ponte tra il dolore individuale e la comprensione collettiva.
“Dove sei? Diventa te stesso, così posso vederti”, un eco come un invito a riconoscere nell’altro il riflesso di ciò che siamo, e a trovare, nella fragilità umana, la forza della connessione.
L’eco che ci lega
L’eco è ciò che ci unisce, un ponte tra il nostro essere umani e ciò che ci circonda. Questa eco, sia sonora che visiva, spirituale e fisica, ci invita a ritrovarci nelle differenze, a cercare un senso di appartenenza dentro e fuori di noi, ricordandoci che ogni esperienza, ogni vissuto, ogni emozione è parte di una vibrazione più grande. Una vibrazione che, come nell’arte, può trasformare il dolore in bellezza, il passato in possibilità e lo straniero in una parte di noi stessi.
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