“Snoop Dogg, Remigration e Gallarate: una foto che racconta moltissimo”

L'assessore di Somma Lombardo Francesco Calò sulle foto che ritraggono il rapper insieme al sindaco della città che ha accolto il summit sulle deportazioni: "Una città che ospita un dibattito su chi deve tornare indietro accoglie un simbolo globale di mescolanza, eccesso e libertà individuale"

Snoop Dogg e Cassani

«Un’immagine che diventa un cortocircuito». Le foto di giovedì 4 febbraio che ritraggono il rapper californiano Snoop Dogg a Gallarate con la torcia olimpica tra le mani sono al centro di una riflessione politica che va oltre la cronaca dell’evento preolimpico. Ad aprire una riflessione è l’assessore di Somma Lombardo, Francesco Calò, che osserva i simboli e i linguaggi che oggi convivono a Gallarate. Da una parte la celebrazione di un’icona della cultura hip-hop globale e multiculturale; dall’altra il Remigration Summit, l’appuntamento politico internazionale organizzato da forze politiche di (estrema) destra che lo scorso anno ha portato in città temi come quello dei confini, migranti e rimpatri forzati.

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Snoop Dogg a Gallarate porta la fiamma olimpica 4 di 11

IL TESTO INTEGRALE DELL’ASSESSORE CALÒ

Nella foto c’è Snoop Dogg con la torcia olimpica in mano. Accanto a lui, il sindaco leghista Andrea Cassani e rappresentanti di Fratelli d’Italia. Sorrisi. Pollici alzati. La folla intorno. È una foto normale. Ed è una foto che racconta moltissimo. Perché Gallarate non è solo la città attraversata oggi dalla fiamma olimpica. È anche la città che poche settimane fa ha ospitato il Remigration Summit, un evento politico costruito attorno a una parola pesante: remigration. Il ritorno forzato. Il confine come soluzione. L’identità come barriera.

E allora questa immagine diventa un cortocircuito. Un’icona della cultura afroamericana, nata nelle periferie di Los Angeles, simbolo di mescolanza culturale e trasgressione diventata pop, viene celebrata da una politica che discute di chi “non appartiene”. Snoop Dogg, del resto, non è solo musica. È anche un personaggio costruito sulle sue stravaganze. Per anni ha raccontato di avere un dipendente fisso incaricato solo di preparargli le canne. Un “rollatore personale”, stipendiato come un assistente. Ha cucinato piatti alla marijuana in televisione con Martha Stewart. È stato arrestato negli anni Novanta per possesso di droga. Poi ha trasformato tutto questo in un mito pop: non più gangster, ma zio eccentrico dell’America.

Un uomo che ha fatto della contaminazione – musicale, culturale, personale – la sua forza. Ed è qui che entra un altro pezzo della storia: i maranza. Nelle piazze italiane, anche a Gallarate, la cultura urbana globale è già arrivata. Tuta firmata. Scarpe bianche. Trap nelle cuffie.
Camminata lenta. Gruppo come identità. I maranza non hanno Snoop Dogg come idolo diretto. Ma usano codici che vengono da lì: rap americano → trap globale → trap italiana → provincia. La globalizzazione passa dai vestiti prima che dalla politica. Dalle playlist prima che dai programmi elettorali. Così succede che, nella stessa città: si discute di “remigration” ma i ragazzi si vestono come rapper americani
si parla di identità ma si consuma cultura globale ogni giorno È un paradosso silenzioso. Ed è questo il cuore della fotografia: una città che ospita un dibattito su chi deve tornare indietro accoglie un simbolo globale di mescolanza, eccesso e libertà individuale mentre i suoi giovani già vivono dentro un’estetica mondiale. Snoop Dogg passa, porta la torcia, sorride, se ne va. La politica locale usa l’evento globale per mostrarsi al centro della scena. Ognuno fa il suo mestiere.

Ma la fotografia resta. Resta come una metafora dell’Italia di oggi: un Paese che invita il mondo per le Olimpiadi, ma fatica a immaginare il mondo nella vita quotidiana. La diversità va bene quando è spettacolo. Quando è evento. Quando è una giornata di festa. Diventa problema quando è stabile. Quando è scuola. Quando è vicinato. Quando è futuro.

La torcia passa. Il dibattito sulla remigration resta. E in mezzo c’è una città che, senza volerlo, diventa il palco di una contraddizione nazionale. Una fiamma che unisce. Una parola che divide. E una generazione che, nel frattempo, ascolta trap e si veste da mondo globale.

E una foto che racconta tutto questo insieme.

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Pubblicato il 05 Febbraio 2026
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