Ricerca e impresa parlano lingue diverse? Arrivano i “traduttori”
Italian Applications è il progetto, a metà fra informazione scientifica e consulenza, mirato a portare dalla ricerca pura all'applicazione pratica per le imprese
Ricerca e impresa in Italia non si parlano, o meglio parlano lingue diverse. È un problema noto della nostra struttura economica cui tenta di dare risposta Italian Applications, un progetto imrpenditoriale in collaborazione con la società Hublab presentato oggi al pubblico di Univa nell’odierna giornata d’incontro, dedicata sì al rinnovo delle cariche e all’esame di una situazione che permane incerta, ma anche a studiare nuove modalità per affrontare il futuro. Perchè il mantra dell’innovazione e della competitività prenda corpo e si faccia sostanza, vivificando l’economia, occorre un passaggio decisivo: mettere in contatto ricercatori e imprenditori, convincere i primi a farsi interlocutori attenti delle esigenze del mondo produttivo, e i secondi a indirizzare la propensione al rischio verso l’innovazione tecnologica, unico modo di dare ai propri prodotti quel "qualcosa in più" che li ponga un gradino sopra la massiccia produzione "strandard" che viene dall’Oriente.
Crescere in qualità o perire, è il dilemma che da anni viene posto di fronte a chi fa impresa. Si offre per portare aiuto Maurizio Melis, giornalista e divulgatore scientifico che insieme al consulente industriale Franco Caucci con Hublab cura le attività di coordinamento del progetto Italian Applications – i due sono stati relatori dell’incontro presso Univa Busto. Italian Applications («un progetto imprenditoriale privato, senza aiuti e senza santi in paradiso») è una sorta di mediatore culturale, di "interprete" fra il mondo della scienza e il "pianeta impresa". Il tessile-abbigliamento non è infatti un settore in cui nulla più può essere inventato. La chiave è il trasferimento di tecnologia da chi la concepisce a chi ne ha bisogno: un movimento che, in carenza di ricerca interna alle aziende, in gran parte troppo piccola per potersela permettere, deve vedere un dialogo nelle due direzioni. Il risultato deve essere l’applicazione concreta, spesso fin lì impensata, di nuovi ritrovati e procedimenti. Esempi? Le cosiddette "migrazioni" che trasferiscono nuove procedure da un settore all’altro, come ad esempio le tecnologie per applicare biossido di titanio (catalizzatore antiinquinamento) in soluzione acquosa non più solo alle superfici edili – vetro, cemento – ma agli stessi tessuti per uso esterno – tende, tensostrutture, capote per auto, con l’effetto di renderli autopulenti se esposti al sole. Oppure l’impiego delle emicelle, sferette submicroscopiche che catturano e trasportano ogni sorta di molecola – profumi, disinfettanti, antiossidanti a difesa del colore, antiodoranti per capi sportivi, nutrienti per ravvivare il tessuto – salvo rilasciarle al lavaggio, pronte ad essere "ricaricate"… in lavatrice con altre sostanze per capi sempre nuovi e diversi nelle proprietà. O ancora tessuti con sensori medici o ambientali integrati, di sicurezza per il lavoro, in ogni ambito, o addirittura che producono piccole cariche elettriche con il movimento del corpo, alimentando dispositivi portatili.
Fantascienza fin qui, ma rende l’idea delle immense potenzialità.
Cercare di tradurle in atto nei fatti è lo scopo di Italian Applications, che è in relazione con network di ricercatori e centri di eccellenza – oltre 50 gli istituti tra parchi tecnologici e centri di ricerca in Italia – e con l’Università di Cambridge e il MIT di Boston. «La ricerca italiana» ricorda Melis «è la seconda al mondo per produttività del singolo ricercatore. Questo nonostante stipendi da fame, baronaggi universitari, scarsa meritocrazia ( e conseguente "fuga dei cervelli" ndr), nonché sprechi colossali in un finanziamento pubblico che solo un mito tenace vuole assolutamente insufficiente». Il lavoro degli scienziati italiani è stimatissimo all’estero nei campi più svariati, perfino quelli che mai ci sogneremmo – così Caucci: «in Cina si guarda all’Italia per ambiente e gestione rifiuti, nonostante la Campania, in Giappone per l’energia da fonti alternative». Come si intuisce all’alto livello dell’elaborazione teorica non corrisponde un’applicazione pratica: «Nel mondo della ricerca si bada più a trovare i fondi per portare avanti il lavoro che ad applicarlo, fatto visto come secondario, in fondo, anche se i nostri ricercatori vorrebbero realmente vedere i frutti delle proprie idee e non solo belle pubblicazioni con lusinghiere recensioni di colleghi stranieri. In America i ricercatori sono abituati a pensarsi come imprenditori, da noi no. Il fatto è che l’innovazione parte dall’ascolto. Noi siamo qui per questo» spiega Melis. «Steve Jobs di Apple si autodefinisce nel suo biglietto da vista chief listener, "ascoltatore capo". Le energie e creatività che tutti ci riconoscono, che vedo nei ricercatori che incontro ogni giorno, vanno messe a contatto con l’impresa. Qui entriamo in gioco noi: raccogliamo le esigenze della "base" industriale, "esploriamo" il lavoro degli eenti di ricerca, proponiamo punti d’incontro. L’obiettivo è il prodotto nuovo, che può creare un business – fin qui una vera rarità, purtroppo».
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