Arcumeggia mon amour. Ritorno all’antico splendore

La campagna di restauro intrapresa dalla Comunità Montana della Valcuvia procede nel recupero del “paese dipinto” più famoso d’Italia. Abbiamo incontrato le restauratrici che spiegano i problemi degli affreschi e del lavoro

Fu una avventura straordinaria, che rese Arcumeggia celebre in tutta Italia. “Il paese dipinto” varesino divenne luogo d’incontro, un circolo di artisti che sul dolce colle della Valcuvia trascorrevano giorni e settimane a lavorare. Di quella felice esperienza oggi rimangono oltre quaranta opere, realizzate sui muri e le pareti delle case del borgo, che fanno di Arcumeggia un vero e proprio museo all’aperto.

Il passare del tempo, le tecniche innovative usate dagli artisti e soprattutto le condizioni climatiche hanno danneggiato gli affreschi e fatto scolorire i pigmenti. Per venire incontro al recupero di queste straordinarie opere la Comunità Montana della Valcuvia, in collaborazione con la Provincia di Varese, il Comune di Casalzuigno, la Pro Arcumeggia e A.P.T., e il contributo della Regione Lombardia e della ditta Comoli Ferrai & C. S.p.a. di Novara ha intrapreso un’importante campagna di restauro che  suddivisa in diversi anni che ha l’obbiettivo di riportare gli affreschi al loro antico splendore.

Alessandra Caccia, Francesca Bazan e Annalista Pistocchi stanno curando il complesso lavoro di restauro, condizionato dalla particolare natura del luogo e delle opere. 

Di che salute godono gli affreschi di Arcumeggia?

Di uno stato non buono. Quasi tutte le opere hanno subito negli anni ottanta un’azione di restauro che ha nella maggior parte ha peggiorato la situazione. In quell’occasione, per fermare il processo di deterioramento delle pareti affrescate, furono applicati dei fissativi che hanno vetrificato i colori e scolorito le tinte. Per questo motivo  non si è potuto intervenire con nessun solvente perché si correva il rischio di far sciogliere il pigmento, ma si è usato un procedimento più lungo ed impegnativo con l’utilizzo di gomme con fibre di vetro.

Per quale motivo questi affreschi sono così danneggiati?

In realtà non è corretto parlare di affreschi perchè tra tutti quelli presenti  solo “L’attesa” di Ferrazzi è strato realizzato con la tecnica a fresco, che comporta un procedimento particolare e preciso molto resitente nel tempo. Le altre opere, sono invece state realizzate con tecniche differenti, a volte ritoccate dallo stesso artista a secco, che hanno provocato un distaccamento e un deterioramento del colore. Un altro fattore importante è l’esposizione all’esterno, spesso senza protezione, al caldo d’estate e al freddo d’inverno, ma è sopratutto l’acidità delle piogge a provocare maggiori problemi.

Come procede il lavoro del restauratore di fronte a un’opera da “guarire”?

Dipende innanzitutto dal problema che un dipinto, un affresco o una scultura presenta. Prima di tutto si studia l’opera per comprendere le tecniche di realizzazione, la presenza di eventuali precedenti interventi di restauro e la storia. Poi si sceglie il tipo di azione più adatta.

Per esempio nel “Trionfo di Gea” di Sante Monachesi (nelle foto prima e dopo il restauro) per prima cosa, anche attraverso le testimonianze dirette degli abitanti, si è cercato di ricostruire come fosse l’opera all’origine, in molti si ricordavano grandi campiture di bianchi, probabilmente aggiunte da un allievo, che erano quasi del tutto sbiadite.

È stato necessario un consolidamento della struttura attraverso iniezioni di acqua, resina sintetica e malta. Poi si è proceduto alla pulitura dove era possibile. Si è quindi lavorato alla fissatura del colore con delle resine. Infine sono state stuccate le crepe più larghe. Per riportare nuovamente i colori alla loro originale stesura è stato necessario oltre un mese di lavoro pieno.

Quali sono le problematiche?

Innanzitutto il dover lavorare sul luogo e quindi poter intervenire solo in determinate stagioni. I restauri di Arcumeggia iniziano solitamente a tarda primavera e si lavora per tutta l’estate. In alcuni casi è necessario lavorare alle prime ore del mattino perché determinati materiali non possono essere utilizzati se la temperatura è troppo elevata.

Come si può evitare che tra diversi anni si ripresentino gli stessi problemi?

Non potendoli spostare l’unica alternativa è proteggerli sul posto. Abbiamo pensato a una copertura in policarbonato con filtri UVA, leggermente distaccata dalla parete per favorire la circolazione dell’aria. Sicuramente il restauro di opere d’arte contemporanea sono più problematiche poiché non esistono anni di ricerca e sperimentazione come per interventi su dipinti antichi.

Qual è il restauro più difficile che avete affrontato?

Il recupero delle opere di Arcumeggia è certo uno dei più problematici.

Qual è la cosa più bella del vostro lavoro?

La possibilità di venire in contatto diretto con opere importanti. La possibilità di poterle salvare da un degrado che potrebbe comprometterle.

L’intervento di restauro fino ad ora ha coinvolto le opere “Il trionfo di Gea” di Sante Monachesi, l’”Attesa” di Ferruccio Ferrazzi, i “Bambini tra gli alberi” di Francesco Menzio e la “Ragazza alla finestra” di Giovanni Brancaccio, il “Cristo crocifisso” di Tomea, “La samaritana” di Morelli e la “Maternità” di Saetti. Il prossimo anno dovrebbe riguardare "Abitanti e Lavori del posto" di Remo Brindisi e "Madonna con Bambino e Angelo" di Cristoforo De Amicis.

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Pubblicato il 06 Novembre 2004
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