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I dimenticati della Resistenza: donne e sindacalisti

25 aprile 2026 Marnate Gorla Maggiore e Gorla Minore
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24 Aprile 2026

I dimenticati della Resistenza: donne e sindacalisti.
La storia ha dimenticato spesso vicende individuali e collettive: donne, uomini, bambini, vittime o protagonisti che siano stati. Le dimenticanze o amnesie storiche riguardano la rimozione inconsapevole o la cancellazione attiva di eventi, spesso dolorosi o inaccettabili, che la memoria collettiva tende a ignorare o alterare. Come esempi possiamo includere la sottorappresentazione delle lotte operaie, le narrazioni parziali del colonialismo e la necessità dell’oblio come terapia, spesso contrapposti alla memoria attiva di Resistenza e di Shoah. A ridosso del 25 aprile, ovvero dell’ottantunesimo anniversario della liberazione dal nazifascismo, mi è venuta all’improvviso una domanda: in un Paese come il nostro, la cui Costituzione si fonda sull’antifascismo o sulla democrazia nata dalla lotta contro il nazifascismo, non è che le pur doverose celebrazioni, svoltesi ogni anno, abbiano dimenticato qualcosa o qualcuno? Non possiamo e non vogliamo parlare di una vera e propria rimozione, eppure il pensiero mi corre ora alle donne ed ai sindacalisti, il cui contributo alla lotta contro il nemico interno, fascismo, alleato con l’esterno, nazismo, è stato determinante e nello stesso tempo non adeguatamente valorizzato. La Resistenza italiana è stata per decenni raccontata prevalentemente al maschile, relegando o ignorando il ruolo fondamentale di donne; o raccontata con un pizzico di faziosità, ignorando sindacalisti, spesso considerati figure di secondo piano o semplici “aiutanti”, soprattutto se non appartenenti ai gruppi o alle brigate maggioritarie ideologicamente. Eppure, la lotta antifascista non avrebbe avuto la stessa efficacia, né la stessa estensione, senza il contributo attivo di tanti o di tante colpevolmente ignorati. Nel mio piccolo vorrei un poco riparare a tale mancanza, ricordando alcune di loro e alcuni di loro. Partiamo dalle donne. In quanto tali esse hanno svolto un ruolo cruciale, sia pure omesso nella Resistenza italiana, agendo sia come supporto logistico che in prima linea. Oltre 70.000 donne parteciparono attivamente, incluse 35.000 staffette partigiane e combattenti, garantendo collegamenti, viveri, armi e assistenza medica, oltre a organizzare scioperi nelle fabbriche, venendo poi spesso dimenticate nel dopoguerra. Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina chiamarono il contributo femminile alla lotta di liberazione nientemeno che la “Resistenza taciuta”, libro il cui sottotitolo ricorda dodici vite di partigiane piemontesi. E non dimentichiamo che, dopo la liberazione venne spesso chiesto alle donne di non sfilare e di tornare ai ruoli tradizionali, cancellando il ruolo di soggetti politici attivi.
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In segno di perenne gratitudine, ne voglio ricordare alcune, per mia familiarità culturale o politico-ideale. La prima è Ada Gobetti, giornalista e traduttrice oltre che partigiana, moglie di Piero Gobetti, morto in Francia nel 1926, a causa di problemi di salute aggravati da un’aggressione fascista; quel Piero Gobetti che, con la sua “Rivoluzione liberale”avviò uno scambio politico-culturale di altissimo livello con Antonio Gramsci nella Torino d’inizio Novecento. Poi Carla Capponi, nome di battaglia “Elena”,che nell’ottobre 1943, a Roma, per procurarsi un’arma (i suoi compagni gliela negavano perché preferivano riservare alle donne funzioni di appoggio) rubò la pistola a un milite della Guardia nazionale repubblicana, vicino a lei in un autobus superaffollato; Carla sarà poi con i gappisti in via Rasella il 23 marzo 1944. Teresa Mattei, partigiana, staffetta “Chicchi”, catturata dai tedeschi, seviziata e violentata, ma salvata dalla fucilazione per opera di un gerarca fascista che sostenne: «Una così brava ragazza non può essere una partigiana». A lei e al suo gruppo combattente s’ispirò Roberto Rossellini per l’episodio di Firenze del film Paisà.Fu poi tra le più giovani donne all’Assemblea Costituente. Lidia Menapace, nata Brisca, partigiana con il nome di battaglia di “Bruna” operò in val d’Ossola; fu poi saggista e politica italiana; chi scrive ebbe l’onore di averla anche come insegnante di lingua italiana presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano nella seconda metà degli anni sessanta del secolo scorso. Infine Tina Anselmi, staffetta partigiana (nome “Gabriella”) durante la guerra, difese successivamente fino alla fine i diritti delle donne e dei lavoratori in fabbrica, in qualità di sindacalista; fu anche la prima donna a ricoprire la carica di ministro nella storia della Repubblica Italiana, prima ministra del Lavoro e della Previdenza sociale, poi ministro della Sanità, grazie a cui diede il suo formidabile contributo all’istituzione del Sistema Sanitario Nazionale, che oggi dobbiamo difendere con le unghie e con i denti. E passiamo ora ai sindacalisti. Che dire in proposito? La narrazione ufficiale della Resistenza italiana ha spesso privilegiato le figure militari o i leader politici, lasciando in ombra il ruolo fondamentale svolto dai sindacalisti stessi e dagli attivisti sindacali, specialmente nelle fabbriche del Nord Italia. La lotta di Liberazione non è stata solo partigiana in montagna, ma anche resistenza cittadina e operaia, con distaccamenti della Brigata SAP (Squadre di Azione Patriottica) attivi nei borghi e nei luoghi di lavoro. La Resistenza civile ed operaia, culminata nei grandi scioperi del 1943 e 1944, fu il motore che paralizzò la macchina bellica nazifascista e preparò il

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terreno per la Liberazione, anche se spesso è stata messa in secondo piano rispetto alla lotta armata partigiana in montagna. Allora ecco alcuni nomi di sindacalisti e attivisti, il cui contributo alla lotta antifascista è stato a lungo trascurato o riscoperto solo recentemente. Nomi poco noti fuori dai loro territori, ai quali però tutti noi dobbiamo eterna riconoscenza per il contributo alla rinascita della democrazia e della libertà nel nostro Paese. Luciano Lusana, ex ufficiale dell’esercito, fu determinante nell’organizzazione e nell’addestramento delle formazioni partigiane nel Lazio. Era il capo del servizio informazioni del Pci: ex ufficiale del genio militare in Cirenaica, insegnò ai gappisti l’uso delle armi e morì torturato e seviziato nel tremendo carcere romano di via Tasso. Un profilo molto diverso è quello di Franco Castrezzati che respirò l’antifascismo dei cattolici democratici. Si nascose per evitare l’arruolamento nelle file della Repubblica di Salò, ma venne catturato in una retata e imprigionato. Fuggì dal vagone che lo avrebbe dovuto portare in un campo di concentramento e combatté con le Fiamme Verdi in Valle Camonica. Sindacalista, impegnato nella Cisl lombarda e bresciana, lo ricordiamo oratore in piazza della Loggia a Brescia al momento dello scoppio della bomba fascista il 28 maggio 1974. E che dire di Claudio Baglietto di Varazze? Studioso e intellettuale eccezionale, esponente di un antifascismo non violento e di matrice religiosa, quasi totalmente dimenticato fino a studi recenti, forse anche perché, rifugiatosi all’estero, combattè il fascismo dall’esilio, dove, a Basilea, morì di tubercolosi nel 1940. Vorrei ricordare anche Giacomo Ulivi, di origine parmense, universitario in bilico tra medicina e giurisprudenza; dopo l’8 settembre 1943 aderì alla Resistenza in maniera più che attiva, finchè il 10 novembre 1944 fu fucilato dalla guardia repubblicana fascista a Modena. E vorrei concludere con due antifascisti veneti poco noti: Emilio Scarpa e Bonaventura Ferrazzutto. Sono stati due importanti antifascisti e partigiani veneziani, attivi nella Resistenza veneta e morti a causa della deportazione nel campo di sterminio di Mauthausen. Sono stati ricordati per il loro impegno politico e giornalistico clandestino, con Ferrazzutto legato all’Avanti! e Scarpa attivo nel CNL. Qualcuno ha definito questi ultimi, ma noi associamo anche tutti gli altri, “padri sconosciuti della Repubblica”.E ci limitiamo a concludere il nostro scritto così: ” Sia resa lode perenne a tutti coloro che lottarono, magari morirono, perché noi vivessimo in pace, in libertà e potessimo anche festeggiare, ricordando i giorni del loro sacrificio, fors’anche poco conosciuto”. E ancora ricordiamoli come veri eroi della Patria. Riprendendo i versi dell’antico poeta greco Tirteo, il compositore del XIX secolo, Saverio Mercadante ci
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lascò i seguenti versi: Chi per la Patria muor vissuto è assai, la fronda dell’allor non langue mai. Piuttosto che languir sotto i tiranni è meglio di morir sul fior degli anni. Sia eterno onore e riconoscenza a tutti loro, donne e uomini, a cui la nostra Patria deve tantissimo.

Mariuccio Bianchi, Malnate

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