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I giorni del timore

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YAMIM NORAIM - I giorni del timore
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21 settembre 2015

Mi trovo di fronte ad uno spettacolare cielo azzurro, il sole ha scaldato l’aria, alle mie spalle si delinea preciso il profilo dei monti. Sono alcune settimane che tutto ciò che desidero è stare fuori per conoscere, con ognuno dei sensi a mia disposizione, tutto ciò che mi circonda. Un desiderio struggente di silenzio, di respiro, di passi tracciati con scarpe morbide sulla terra. Ho accolto con piacere anche il ticchettio della pioggia sulla pelle e sul tetto di casa nei giorni scorsi, sentendo nel grigio umido e nebbioso un invito ad entrare con maggiore impegno dentro di me.
Purtroppo la vita domanda sempre d’essere vissuta ed affrontata e non fa parte delle mie opportunità stare alla larga dall’umanità. In realtà mi accorgo di non desiderarlo neppure e d’essere grata per gli incontri cui il lavoro, gli impegni, gli amici mi costringono. Non temo la solitudine ma riconosco che è nell’incontro con l’altro che mi vengono donate le esperienze più intense ed interessanti. So che senza essere nel mondo non avrei la possibilità di fare errori ma neppure di compiere gesti e dire parole di riparazione.
Soltanto che questo periodo dell’anno mi porta a desiderare d’imparare d’essere migliore e allora nel guardare agli errori compiuti nei confronti delle persone che ho incrociato non posso fare a meno di sentire che ogni gesto, ogni parola ha in sé potenzialmente tanto di positivo quanto di negativo. In questo tempo, quando mi avvicino ad amici e conoscenti cercando di trovare il modo migliore per fare le mie scuse comprendo che, anche la migliore intenzione, può essere fraintesa e produrre esattamente l’esito opposto. Più che mai in questi giorno ha senso agire piuttosto che dire. Per farlo però deve costruirsi dentro di me la possibilità di compiere atti che siano differenti da quelli fin qui compiuti e quindi è evidente che la trasformazione dovrebbe già essersi prodotta. Ma come possiamo fare che si produca una trasformazione se non diamo luogo all’incontro con l’altro che accoglie le nostre scuse? Come possiamo imparare un nuovo modo di tessere le nostre relazioni se non ci concediamo la possibilità d’invitare l’altro ad aiutarci a disfare la tela vecchia per riprendere fili nuovi ed iniziare un nuovo lavoro, insieme?
Così accade che cerco l’equilibrio attraverso una preghiera costante ed ininterrotta, un dialogo che sarebbe sfinente per chiunque se quello cui mi rivolgo non fosse l’unico interlocutore in grado di comprendere e di accogliere.
Resto, nella mia vita, nell’incontro, nello scambio e nella condivisione con tutti ma sempre tenendomi per mano attraverso questa inestinguibile preghiera e mi viene in mente di quando ero bambina, timidissima non riuscivo neppure ad entrare in una cartoleria per comprare penne e quaderni, nonostante l’età me lo consentisse ampiamente, e ricorrevo a mia madre alla sua capacità di parlare con persone sconosciute e con gioiosa cortesia ottenere ascolto e gentilezza. Forse lei non lo sa ma consideravo eroica la capacità di mia madre di relazionarsi con chiunque, non solo con le commesse dei negozi, lei era ed è capace di conquistare le persone che la incontrano, ha una naturale capacità d’essere aperta ed accogliente che pensavo irraggiungibile per me, scontrosa e timida bambina. Non è stato così, con il tempo ho imparato che anche per me era semplice e piacevole parlare con chiunque, ho imparato che potevo andare ovunque senza bisogno di mia madre che mediasse per me, che mi suggerisse la ragione per cui ero lì, che mi stesse alle spalle silenziosa e sollecita, rassicurante. Ho imparato ad andare per il mondo e stare con le persone con fiducia come mia madre mi ha insegnato attraverso il suo esempio, ma a tratti, particolarmente in questo momento dell’anno la fragilità delle relazioni, la fragilità degli esseri umani, la mia fragilità, mi fanno sentire di nuovo maldestra, silenziosa, goffa come ero allora.
Per questo prego che sia possibile per me trovare il modo più gentile e felice per stare nel mondo, che sia possibile per me essere la migliore Edith possibile, che sia possibile per me non ferire e non essere ferita gratuitamente, che sia possibile attraversare questo tempo dell’anima nuda per arrivare a Kippur, ascoltare la mia voce che si unisce a quella di tutto il popolo ebraico nella richiesta di perdono, dimenticando d’essere digiuna sentirmi piena di quel momento d’amore così inteso che somiglia al momento in cui mi sono accorta che avevo imparato ad incontrare e farmi incontrare dalle persone, che ero finalmente capace di comprami penne e quaderni da sola, di amare senza paura.
Ariel Shimona Edith Besozzi

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