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Il disagio a scuola non nasce dal nulla

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Il disagio a scuola non nasce dal nulla
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21 Settembre 2026

Egregio Direttore,

sono un insegnante di Lettere in una scuola media della provincia di Varese. Da tempo osserviamo il fenomeno della violenza tra i ragazzi, o contro chi lavora a scuola. Ogni volta lo stesso copione: indignazione, ricerca del colpevole, appelli alla mano ferma. Poi silenzio, fino al prossimo episodio.

Continuiamo a caricare i nostri ragazzi di richieste (programmi, verifiche, competenze) convinti che il sacrificio formi il carattere, che la scuola debba essere una palestra dura per un mondo duro. Ma la fatica, da sola, non educa. Quando lo sforzo chiesto è sproporzionato rispetto a quello che un adolescente può reggere si genera logoramento. E il logoramento trova sempre una via d’uscita. A volte è il silenzio, il ritiro, l’ansia. Altre volte è la rabbia, che esplode nel modo più immediato che un ragazzo conosce, ossia attraverso il corpo.

Non è un caso, credo. La scuola italiana porta ancora addosso l’impronta della riforma Gentile del 1923, pensata per un Paese e un’infanzia che non esistono più da un secolo. Il modo in cui valutiamo, con il voto numerico come sentenza e lo scrutinio come rito conclusivo, affonda le proprie radici in un impianto selettivo e gerarchico che doveva formare un’élite, non accompagnare la crescita di tutti. Abbiamo cambiato la società, i ragazzi, la tecnologia, ma continuiamo a misurarli con gli strumenti di allora.

La scuola oggi dedica moltissimo tempo a progetti, iniziative, attività: educazione civica, digitale, affettiva, orientamento. Tutte cose importanti. Ma tra un progetto e l’altro, tra una scadenza e l’altra, manca il tempo della relazione, dell’ascolto vero, quello che non si programma e non si certifica, ma si costruisce giorno per giorno guardando negli occhi un ragazzo. Ne parliamo come di un valore, lo scriviamo in ogni documento, ma nei fatti non gli lasciamo spazio. Dovremmo trovarlo, quel tempo, prima che sia troppo tardi.

Condannare la violenza non basta, se non chiediamo cosa la genera. È più comodo dare la colpa ai social, ai genitori assenti, a una generazione “senza valori”. Scorciatoie che ci risparmiano una domanda scomoda: siamo capaci, come scuola e come adulti, di costruire un ambiente in cui i ragazzi non debbano urlare col corpo perché nessuno li ascolta con le parole?

Prof. Gabriele Di Benedetto

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