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Il ragazzo rosso vent’anni dopo

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12 settembre 2010

Caro direttore,
il 13 settembre del 1990 anni fa, appena rientrato da una visita nella sua Taino, moriva a Roma Giancarlo Pajetta, uno dei più noti esponenti del Partito Comunista Italiano. Era venuto qualche giorno dal cugino Tullio Berrini, qui a Taino, a discutere con alcuni amici e compagni del progetto culturale della Fondazione dedicata alla memoria della madre Maria Elvira Berrini, maestra elementare e Consigliera Comunale nella Torino del dopoguerra. (Fondazione che sarà artefice di molte iniziative e ricerche sul territorio, con le scuole medie e superiori di Taino, Sesto Calende, Angera, Varese).

Fu sepolto a Megolo, secondo la sua volontà, nel piccolo cimitero di montagna accanto al fratello Gaspare caduto nel drammatico scontro coi nazisti dell’inverno del 1943.

La morte improvvisa lo colse mentre il Partito Comunista era impegnato nella drammatica discussione sulla svolta di Occhetto. Che il suo cuore abbia ceduto anche per la passione e il rovello di quella discussione è un pensiero che venne a molti di noi.

In un ricordo molto bello Enzo Bettizza ha raccontato l’ira di Pajetta durante una visita a Mosca negli anni ’80 (erano membri di una delegazione del Parlamento Europeo, uno liberale e l’altro comunista):

Bettiza descriveva un Pajetta indignato con i ‘compagni sovietici’ per la loro inerzia, di fronte alle contraddizioni evidenti tra le speranze che nel mondo si riponevano nel ‘socialismo’ e la realtà di uno stato burocratizzato e bloccato che lui vedeva. Insomma, nonostante le “dure repliche della storia”, il nostro era capace ancora di arrabbiarsi in nome di una società diversa ( e di illudersi – notava Bettiza con tenerezza – che dall’altra parte lo prendessero sul serio).

Più che al comunismo Pajetta resta però associato all’idea di ribellione e resistenza al fascismo, il ‘Ragazzo rosso’ espulso da tutte le scuole del regno. Nei suoi discorsi, e nella nostra percezione, eventi come il fascismo e la guerra, parevano ancora quasi contemporanei, anche per chi era nato dopo, anche dopo decenni.

Oggi questi ultimi 20 anni dopo l’89 sembrano un secolo. Pajetta è un uomo di un’altra epoca, eppure ripensare a lui e a quanti vissero la nascita della Repubblica non è solo un esercizio di nostalgia.
Saluti cordiali

Roberto Caielli

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