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Il rapporto del giudaismo verso l’emancipazione del mondo di oggi

Cuveglio incontra Israele
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13 agosto 2018

Gentile direttore,

Siccome ritengo che il nodo da sciogliere sia quello del rapporto tra antisionismo ed antisemitismo, o meglio antigiudaismo, desidero innanzitutto esprimere con la massima schiettezza il più fermo dissenso nei confronti dell’equazione tra antisionismo e antisemitismo, che costituisce, al solito, il pernio delle argomentazioni svolte dalla signora israeliana nella sua lettera sul “diritto ad esistere dello Stato d’Israele”.

La premessa storica fondamentale da cui occorre partire è che il sionismo come fenomeno politico e ideologico, indipendentemente dall’ispirazione messianica ed emancipatrice che animò le prime generazioni di militanti, si identificò con un movimento di chiaro stampo colonialistico su base razziale e religiosa, che puntava a modificare radicalmente la composizione demografica della Palestina in nome della colonizzazione di quel territorio da parte di nuclei etnici ebraici provenienti da tutto il mondo. Sennonché non si può sottacere il fatto che, essendo gli elementi storici (natura del sionismo politico) e politici (strategia di colonizzazione integrale del territorio palestinese) tra loro strettamente connessi, i secondi seguono necessariamente la logica complessiva dei primi.

Questa connessione dovrebbe indurre anche l’osservatore più moderato ed equanime ad interrogarsi sulla natura complessiva del sionismo. Al contrario, vengono accusati di antisemitismo non solo i critici storici del sionismo come fenomeno complessivo, ma anche i critici della politica di Israele a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, allorché questo Stato, dopo gli accordi di Oslo del 1993, tese a moltiplicare gli insediamenti di coloni nei territori della cosiddetta Cisgiordania. Con questa sciagurata politica, che la ‘Road Map’, lungi dal modificare, finì sostanzialmente con l’avallare, Israele mostrava, per un verso, di non accettare la coesistenza con uno Stato palestinese e, per un altro verso, di voler perseguire la strategia della colonizzazione integrale dei territori, confinando l’autonomia palestinese all’interno di ‘bantustan’ privi di una reale sovranità politica ed economica.

Riconosco che vi sono casi in cui, effettivamente, sul piano storico e politico, ragioni e torti sono talmente mescolati tra loro che non è facile trovare un criterio oggettivo e preciso di giudizio per definire secondo un ordine di precedenza le ragioni ed i torti: basti pensare al conflitto greco-turco a Cipro o a quello fra gli indiani e i pakistani in Kashmir. Ma nel caso del conflitto israelo-palestinese il dilemma dell’equidistanza non si pone per nulla, poiché in questo caso i palestinesi hanno completamente ragione e gli israeliani hanno completamente torto.

Ciò nondimeno, quando penso al contributo che ha dato al patrimonio filosofico, scientifico e letterario dell’umanità, io non nascondo di provare una grande ammirazione verso la cultura ebraica: e mi limito a citare, fra i tanti, i nomi di Spinoza, di Einstein e di Kafka. Rispetto, dunque, l’identità ebraica, ma non concedo ad essa alcuna immunità giuridica e politica. Di conseguenza, respingo nel modo più energico e più convinto l’idea secondo cui gli ebrei, a causa di quanto hanno dovuto sopportare sotto Hitler ed i suoi alleati, non possono essere né giudicati né puniti. Ritengo, al contrario, che proprio questo sia oggi il vero antisemitismo, anche se di ciò non vi è alcuna consapevolezza. Quella consapevolezza che indusse, invece, un testimone della ‘Shoà’ come Primo Levi a prendere le distanze dalla politica delle rappresaglie e della ‘guerra totale’, pronunciando le seguenti parole: «Quello che non potrò mai perdonare ai nazisti è di averci fatto diventare come loro».

L’equazione fra l’antisionismo e l’antisemitismo (equazione per sua natura storicamente infondata e culturalmente offensiva, se si pensa al gran numero di ebrei antisionisti che hanno popolato la storia del Novecento) sta oggi scivolando, come risulta dalla lettera della signora israeliana, verso l’equazione fra l’antisemitismo e la semplice critica ad Israele. Siamo così arrivati al punto che non si capisce neppure più quali sarebbero i limiti della critica legittima ad Israele, dal momento che persino l’appoggio a coloro che si battono per liberare i territori occupati nel 1967 viene ormai qualificato come espressione di antisemitismo. Ecco perché oggi occorre dichiarare a tutte lettere che la politica israeliana e, alle sue spalle, quella statunitense, con il sostegno permanente del vassallo britannico e l’afasia complice della quasi totalità dei governanti europei, tra i quali figura il valvassino italiano, divenuto uno dei maggiori fornitori dei micidiali sistemi d’arma con cui l’esercito israeliano semina morte e distruzione sulla popolazione civile, sul territorio e sull’ambiente, costituiscono una fonte permanente di guerra e un rischio per la pace mondiale.

Sennonché, per comprendere come mai, con la creazione dello Stato d’Israele, la “questione ebraica” sia diventata insolubile, occorre ancora una volta richiamare quanto scrive Karl Marx, un ebreo antisionista ‘ante litteram’, per l’appunto, nella “Questione ebraica”: «La capacità ad emanciparsi dell’ebreo d’oggi è il rapporto del giudaismo verso l’emancipazione del mondo di oggi… Qual è il fondamento mondano del giudaismo? Il bisogno pratico, l’egoismo. Qual è il culto mondano dell’ebreo? Il traffico. Qual è il suo Dio mondano? Il denaro. Perciò l’emancipazione dal traffico e dal denaro, dunque dal giudaismo pratico, reale, sarebbe l’autoemancipazione del nostro tempo», la quale, va da sé, è certamente anche emancipazione umana dello stesso ebreo dal suo giudaismo.

La conclusione di Marx è tratta con rigore geometrico, e valendo nei confronti di qualsiasi altro Stato borghese, capitalistico e imperialista, vale ‘a fortiori’ anche nei confronti dello Stato d’Israele: «Se l’ebreo riconosce come non valida questa sua essenza pratica e lavora per la sua eliminazione, egli si svincola dal suo passato verso l’emancipazione umana senz’altro, e si volge contro la più alta espressione pratica dell’autoestraneazione umana».

Eros Barone

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