A scuola l’integrazione non è una questione di numeri, ma di opportunità
29 Settembre 2026
Le recenti riflessioni del ministro Giuseppe Valditara sulla distribuzione degli studenti stranieri nelle classi meritano, a mio avviso, di essere affrontate con equilibrio, senza trasformare una questione didattica complessa in una contrapposizione ideologica.
L’esigenza di evitare la formazione di classi o istituti caratterizzati da una concentrazione molto elevata di studenti non italofoni può certamente essere compresa nella sua finalità organizzativa: una classe nella quale una parte consistente degli alunni non possiede ancora gli strumenti linguistici necessari per partecipare pienamente alla didattica pone infatti una sfida significativa non soltanto per gli studenti appena arrivati, ma per l’intero gruppo classe e per i docenti.
È però proprio a partire da questa considerazione che credo occorra compiere un passo ulteriore.
La questione non dovrebbe essere soltanto: «Quanti studenti stranieri possono stare nella stessa classe?». Dovremmo chiederci, prima ancora: «Quali strumenti mettiamo a disposizione perché ciascuno studente possa realmente apprendere la lingua necessaria per partecipare alla vita scolastica?».
Il limite del 30%, previsto già dalla normativa del 2010, nasceva come criterio organizzativo e non come rigida classificazione delle persone sulla base della cittadinanza. La stessa disciplina contemplava la possibilità di superare o ridurre tale soglia in relazione alle effettive competenze linguistiche degli studenti e richiamava esplicitamente la necessità di attivare laboratori, moduli intensivi e percorsi personalizzati di italiano L2. Questo elemento mi sembra particolarmente importante oggi.
La cittadinanza non coincide necessariamente con la competenza linguistica. Uno studente nato in Italia da genitori stranieri può possedere un’eccellente padronanza dell’italiano; al contrario, uno studente appena arrivato può avere bisogno di un accompagnamento linguistico molto intenso, indipendentemente dalla sua nazionalità formale. Per questo motivo, ritengo che la vera unità di misura dovrebbe essere sempre più la competenza linguistica effettiva, non semplicemente la provenienza anagrafica o familiare. E c’è un secondo aspetto che considero ancora più importante: non possiamo chiedere all’integrazione linguistica di avvenire spontaneamente.
Se l’emergenza individuata è quella di studenti neoarrivati che non possiedono ancora una sufficiente conoscenza dell’italiano, la risposta più efficace dovrebbe essere innanzitutto pedagogica e strutturale: un investimento stabile nell’insegnamento dell’italiano L2, figure specializzate, mediatori linguistico-culturali quando necessari, laboratori intensivi, materiali didattici adeguati e tempi dedicati all’apprendimento della lingua.
Il ministro ha recentemente richiamato proprio la necessità di rafforzare questo fronte, annunciando l’impiego di mille docenti specializzati nell’insegnamento dell’italiano agli studenti di primo arrivo.
È un principio che condivido nella sua impostazione generale, ma che potrebbe essere ulteriormente sviluppato: se consideriamo la lingua il primo strumento dell’integrazione, allora dobbiamo essere conseguenti e considerare l’insegnamento della L2 non come un intervento accessorio, bensì come una vera infrastruttura del sistema scolastico contemporaneo. Dovremmo, inoltre, avere maggiore consapevolezza del valore delle lingue di partenza.
Ogni studente porta con sé una competenza linguistica, anche quando questa non coincide con quella richiesta dalla scuola italiana. Una lingua madre, una lingua familiare o una lingua precedentemente acquisita non rappresentano necessariamente un ostacolo: costituiscono un patrimonio cognitivo, culturale e comunicativo che la scuola dovrebbe imparare a conoscere e, quando possibile, a valorizzare.
Allo stesso modo, l’italiano non dovrebbe essere concepito semplicemente come una lingua che sostituisce quella precedente. È la nuova lingua di accesso alla scuola, alla cittadinanza e alla partecipazione sociale; proprio per questo deve essere insegnata con strumenti professionali, con gradualità e con una progettazione didattica adeguata.
Forse, allora, il vero salto di qualità consisterebbe nel superare una prospettiva puramente quantitativa. Distribuire gli studenti può essere una parte della soluzione, ma non può essere la soluzione nel suo complesso.
Se una scuola ha dieci studenti neoarrivati che non conoscono l’italiano, distribuirli in dieci classi diverse senza garantire loro un adeguato sostegno linguistico rischia semplicemente di distribuire il problema, non di risolverlo.
Se invece quei dieci studenti vengono accompagnati da un sistema strutturato di insegnamento dell’italiano L2, da docenti formati e da risorse ministeriali specificamente destinate a questo scopo, la distribuzione può diventare uno degli strumenti di una più ampia politica di integrazione.
È qui che, a mio avviso, dovrebbe concentrarsi la discussione: non soltanto sulla percentuale di studenti stranieri presenti in una classe, ma sulla percentuale di risorse educative che lo Stato è disposto a investire affinché nessuno studente rimanga escluso dall’apprendimento.
La scuola italiana ha davanti a sé una trasformazione linguistica e culturale che non può essere affrontata esclusivamente attraverso soglie numeriche. Ha bisogno di competenze, professionalità, progettazione e risorse.
E soprattutto ha bisogno di distinguere tra la presenza di uno studente straniero e la condizione, molto più specifica, di uno studente neoarrivato che non possiede ancora gli strumenti linguistici per accedere pienamente alla didattica.
Sono due questioni differenti e trattarle come se fossero la stessa cosa rischia di produrre una semplificazione.
La vera sfida, oggi, non è dunque soltanto stabilire dove collocare uno studente, ma creare le condizioni perché quello studente possa, nel minor tempo possibile e senza perdere la propria identità linguistica e culturale, diventare pienamente parte della comunità scolastica.
In questo senso, forse, l’integrazione non dovrebbe essere pensata come una redistribuzione di persone, ma come una redistribuzione delle opportunità.
Ed è precisamente qui che lo Stato dovrebbe assumersi la propria responsabilità: non limitarsi a stabilire percentuali, ma finanziare concretamente gli strumenti necessari affinché quelle percentuali non diventino mai un alibi per rinunciare alla qualità dell’insegnamento.
(Matteo Resemini – Docente di Lettere al Liceo “E. Stein” di Gavirate)



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