Ettore Masina: dal passato una lezione per il futuro

Il giornalista e scrittore ha incontrato gli studenti della scuola media Dante Alighieri di Varese per parlare del suo romanzo Il Vincere

Ettore Masina

“La Storia siamo noi” cantava qualche anno addietro Francesco De Gregori. Che la Storia siamo noi, che sui libri di testo non si trovi tutto, non si trovino, ad esempio, i dolori della gente semplice, le sue lotte e sofferenze, è pienamente convinto Ettore Masina, insigne giornalista, già inviato speciale de “Il Giorno” e dei telegiornali RAI, nonché deputato in Parlamento dal 1983 al 1992.

Proprio per raccontare anche gli aspetti trascurati della Storia, per dare voce e dignità a quanti ne sono stati in qualche modo protagonisti, ma, più semplicemente, per rispondere “al diritto che spetta ai più giovani di essere informati sul proprio passato”, Ettore Masina da tempo gira l’Italia per incontrare gli studenti e parlare con loro di ciò che, del suo, del nostro passato conosce meglio: gli anni del fascismo e della Resistenza.

In questa veste si è presentato anche questa mattina agli alunni di terza media della scuola Dante Alighieri di Varese, luogo a lui particolarmente caro per esserne stato egli stesso, come ha detto ai ragazzi presentandosi, un allievo quando ancora non esisteva la scuola media inferiore ma si frequentavano cinque anni di ginnasio e, poi, tre di liceo. In effetti, Masina, pur originario di Breno in Valcamonica, ha vissuto a più riprese, nel corso degli anni cruciali del ’30 e ’40, nella nostra città, muovendo i suoi primi passi di giornalista alla “Prealpina” (e a noi ha ricordato brevemente quegli anni, sotto la direzione di Gianfranco Bianchi, quando scriveva racconti, pagati 2000 lire, per la rubrica “La penna dei giovani”, e il critico del giornale di allora si chiamava Piero Chiara…).

Occasione dell’incontro con gli studenti la pubblicazione del suo libro Il Vincere (uscito nel 2002 per le edizioni San Paolo), in cui Masina, sotto le vesti del romanzo, ripercorre le dolorose vicende dell’Italia dell’epoca fascista, in particolare del periodo della Repubblica di Salò. Così, stimolato dalle numerose domande rivoltegli dagli studenti a partire dalla lettura di questa sua opera, lo scrittore ha tenuto una intensa lezione di storia sui generis, in cui ha iniziato a parlare, appunto, di fascismo e antifascismo, delle sofferenze e degli stenti di quegli anni anche a Varese, ma è passato poi a parlare anche di psicoanalisi, del mestiere dello scrittore e, trattando del tema della guerra in generale, ha finito inevitabilmente con l’arrivare alle vicende di questi giorni.

Ad un ragazzo che gli ha domandato quanto di inventato ci fosse nel suo romanzo, Masina ha risposto che, al di là delle figure fittizie dei personaggi, tutto corrisponde per filo e per segno a vicende realmente accadute, di cui lui stesso è stato testimone o sulle quali, da buon storico quale è, si è rigorosamente documentato. Ad esempio, il soprannome del protagonista, che dà il titolo al romanzo, “il Vincere”, si rifà ad un episodio che lo ha coinvolto in prima persona: a lui stesso era stato affibbiato quell’appellativo dai suoi coetanei perché, con l’ingenuità tipica della giovane età, si pavoneggiava per un distintivo di cui era stato insignito dalla Federazione Fascista di Varese (all’epoca ospitata nell’attuale sede della Questura), una coccarda tricolore, assegnatagli per essere figlio di un ufficiale di carriera in guerra, che riportava appunto la scritta “Vincere!”.

Lo scrittore non ha minimamente nascosto il fatto di aver voluto scrivere questa storia per opporsi ai facili revisionismi del nostro tempo, per «raccontare gli orrori di quegli anni, ma anche e soprattutto per smentire, come vogliono farci credere oggi, che allora fossero pochissimi i fascisti repubblichini, pochissimi i partigiani, a fronte di una grande massa grigia di “attendisti”», persone che se ne stavano lì ad aspettare semplicemente che i tempi cambiassero per passare “dall’altra parte”. «È una pecca costante degli intellettuali italiani quella di sminuire i propri connazionali: in quegli anni si è assistito ad un coraggio della solidarietà, a gesti eroici non programmati ma dettati solo dalla volontà di voler reagire alle brutture del momento: il popolo italiano è di gran lunga migliore di quello che vogliono farci credere!».

A noi che gli abbiamo chiesto che valore attribuisce al perdono, Masina ha replicato dicendo che il perdono è «una cosa bellissima se accompagnata dalla giustizia e se viene chiesto e non arriva dall’alto, come un’amnistia», e, in proposito, ha ricordato la figura del reverendo Desmond Tutu, premio Nobel per la pace, e l’azione svolta, in alternativa ai tribunali penali, dalla Commissione per la Verità e la Riconciliazione da lui presieduta nel tentativo di porre fine agli anni dell’apartheid in Sudafrica.

Con la sua intransigenza (“sono un antifascista e morirò antifascista”), la sua purezza, Ettore Masina resta una delle poche figure “nobili” di questo Paese prono a fare di tutta un’erba un fascio, uno degli ultimi “martiri”, secondo l’accezione etimologica del termine: testimone di un’epoca e, in quanto tale, depositario di una ricchezza inestimabile che bisognerebbe proteggere ad ogni costo.

Questo, in ultima analisi, il grande insegnamento che ha voluto fare arrivare ai giovani nell’incontro di questa mattina: è fondamentale sapere, conoscere i fatti per fare scelte consapevoli e, così facendo, imprimere un corso piuttosto che un altro alla Storia.

Chiudendo la sua disamina sul perché continuino ad esistere le guerre, ha incitato i giovani a sottrarsi alle facili retoriche sulla difesa della propria patria, della libertà, della democrazia, e ha ricordato come, ancora oggi, nonostante tutto, la maggior parte dei conflitti in corso nel mondo sia dovuto a puri interessi economici: «Una delle guerre più atroci e dimenticate da tutti, che ha già causato migliaia di vittime, è quella in corso da tempo in Congo; ebbene, questa guerra è dovuta esclusivamente alla corsa al possesso del coltan, una sostanza di cui fino a poco tempo fa non importava niente a nessuno, ma che ora è diventata preziosissima perché serve per la produzione dei cellulari. Ecco, sappiate che chiunque di voi abbia in tasca un telefonino, porta con sé un pezzo di morte».

Essere informati, sapere, conoscere la verità per compiere scelte consapevoli, perché, sì, la Storia siamo noi.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 12 maggio 2004
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