«Partigiani e brigatisti neri non sono sullo stesso piano»

Dopo le recenti polemiche alla commemorazione di Mauro Venegoni, Michele D'Agostino, racconta l'esperienza partigiana nell'Ossola

Le recenti polemiche sulla resistenza suscitano sentimenti diversi, ma la storia di quelli che c’erano davvero è davvero un’altra cosa. Uno di quelli che c’erano è Michele D’Agostino, classe 1926. Emigrato a due anni dalla Puglia ad Intra (Verbania), sul Lago Maggiore, e dal 1959 a Busto Arsizio.
«Se penso che Fini vuole equiparare i brigatisti neri a noi partigiani… Loro ne hanno fatte di tutti i colori, mangiavano e venivano pagati, mentre noi soffrivamo fame e freddo. E ora gli si vuol dare anche la pensione di combattenti!».

Il 17 ottobre 1944 a Goglio, in Valle Antigorio, sopra Domodossola, sotto il fuoco nazista rimasero uccisi quattro dei partigiani che ripiegavano verso la Svizzera e la salvezza: Giuseppe Conti, Giovanni Faccioli, Gaudenzio Pratini e Giorgio Fossa. Un quinto partigiano, Orlando Corani, recentemente scomparso, restò mutilato di una gamba. Michele d’Agostino quel giorno c’era e può raccontare quel drammatico epilogo della vicenda partigiana della Repubblica dell’Ossola, dove numerosissisimi erano i bustocchi, tanto che ancora oggi Domodossola e Busto Arsizio sono gemellate.

«Mio fratello Domenico è venuto a mancare lo scorso 23 gennaio. Fu grazie a lui che conobbi i partigiani della brigata "Valdossola" di Dionigi Superti» racconta D’Agostino. Domenico, paracadutista nella Folgore e reduce da El Alamein, l’8 settembre fuggì da Viterbo e tornò ad Intra. Dopo qualche tempo salì in montagna per non essere costretto a riarruolarsi, mentre Michele e sua sorella gli portavano ogni tanto da mangiare, poi l’inverno lo costrinse a tornare in città. Tuttavia finì per essere catturato, e per non essere mandato in Germania accettò di tornare a fare il paracadutista per la Repubblica di Salò. Dopo un mesetto da sottufficiale addestratore a Rovato, presso Brescia, Domenico fuggì di nuovo ad Intra e salì in montagna dove incontrò Dionigi Superti, che stava formando il nucleo della brigata partigiana "Valdossola".

«Nel frattempo io continuavo a lavorare come operaio elettrico alla SAFAR, che da Milano era stata trasferita a Pallanza per via dei bombardamenti» continua Michele D’Agostino. «Poi apparve un bando: noi delle classi dal ’16 al ’26 dovevamo cambiare i lasciapassare. Era un trucco, e fummo rinchiusi nelle scuole di Intra. Con altri tre fuggii calandomi da una grondaia dal secondo piano, poi, dopo un paio di giorni, salii in montagna. Gli altri furono in gran parte spediti in Germania a riformare l’esercito della RSI o a lavorare per i nazisti». In quei giorni vi fu il primo grande rastrellamento nazifascista, che si concluse con il massacro di Fondotoce.
«I partigiani avevano catturato a Fondotoce un presidio repubblichino di 43 uomini. Alcuni erano rimasti con i partigiani, gli altri erano stati portati in Svizzera e colà internati» continua D’Agostino. La risposta nazifascista fu feroce: dopo il rastrellamento 43 partigiani, dopo aver subito torture (altri due ne morirono), furono trascinati a Fondotoce con alla testa un cartello che recitava: "Sono questi i liberatori d’Italia oppure sono i banditi?" e fucilati il 20 giugno 1944. Uno, miracolosamente, si salvò, perchè creduto morto: era il bustocco Carlo Suzzi, solo ferito, che le donne venute a prelevare i cadaveri dei fucilati protessero e aiutarono a nascondersi e guarire.

L’estate portò la crescita del movimento partigiano, e l’8 settembre 1944 l’intera Valdossola era liberata: era nata la libera Repubblica dell’Ossola. «I 3-400 prigionieri tedeschi e fascisti li disarmammo e li liberammo al "confine", a Fondotoce» racconta D’Agostino. Dopo un mese i nazifascisti contrattaccarono con forze schiaccianti e in breve annientarono la piccola repubblica partigiana. Il 17 ottobre, a Goglio, Michele D’Agostino era salito sulla teleferica che conduceva verso la centrale elettrica, l’Alpe Devero e la salvezza del confine elvetico insieme ad altri membri del comando della brigata "Valdossola". «A un certo punto la teleferica si fermò… poi iniziò a tornare a valle! Erano arrivati i tedeschi, e appena fummo a distanza di tiro bersagliarono la cabina a fucilate e colpi di mitra». Disperati, i partigiani, saltarono giù da parecchi metri d’altezza e si dispersero in tutte le direzioni. Michele D’Agostino si perse nel tentativo di raggiungere l’Alpe Devero, e finì scalzo e semiassiderato nella prima neve d’autunno, finchè, dopo una giornata di vagabondaggio, non trovò alcuni partigiani bergamaschi che lo condussero all’Alpe.

Seguirono mesi di internamento in Svizzera, dove i partigiani si erano ritirati. «Per gli svizzeri eravamo degli appestati, eravamo nella Svizzera tedesca» ricorda D’Agostino, che passò anche una ventina di giorni in un campo di punizione per un tentativo di fuga andato a vuoto. A marzo, finalmente, Michele e Domenico riuscirono ad allontanarsi e a ritornare in Italia attraverso le montagne del Locarnese e della Valgrande.
Poi, la Liberazione e il ritorno a casa.

Piccola nota conclusiva: ieri era il compleanno di Michele D’Agostino. Tanti auguri e cento di questi racconti…

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 29 ottobre 2004
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