Lidia Macchi, 24 anni dopo il mistero rimane

Il 5 gennaio 1987 scompariva la ragazza. Venne ritrovata il 7 gennaio a Cittiglio, assassinata da un misterioso killer che probabilmente conosceva bene

Se chiedi in procura notizie del caso Lidia Macchi i volti si fanno perplessi. E’ vero che c’è una squadra di magistrati che lavora dal 2007 ai “cold case”, è vero che erano rimbalzate voci su un nuovo esame del dna con tecniche ultramoderne da Londra, ma è altrettanto vero che nessuno si fa più illusioni. Il caso, ufficialmente, è ancora aperto, a 24 anni di distanza, ma in realtà la prudenza è massima.
La storia è nota a tutti. E a volte non fa nemmeno bene riaprila. La scorsa estate qualcuno scrisse addirittura che poteva c’entrare qualcosa Giuseppe Piccolomo, il killer delle mani mozzate. La trasmissione "Chi l’ha visto?" di recente è andata a intervistare un prete, a suo tempo interrogato dal pm, e che in quel periodo era a Varese, ma è messa alla porta. Meglio restare ai fatti. Che sono questi.
La sera del 5 gennaio 1987 Lidia Macchi, una giovane ragazza di 21 anni di Varese, scompare. Nessuna notizia hanno i suoi genitori, che, non vedendola rincasare, preoccupati, avvisano i carabinieri e si rivolgono ai quotidiani per diramare la foto della giovane. Lidia era andata a trovare l’amica Paola Bonari, ricoverata all’ospedale di Cittiglio e convalescente per un incidente stradale. Tutti si mobilitano per le ricerche: dalle forze dell’ordine agli amici di Cl, di cui Lidia fa parte.
E sono proprio gli amici che la trovano, la mattina del 7 gennaio, vicino alla Panda (nella foto il luogo dell’omicidio). Lidia è stata uccisa: sul suo corpo, rinvenuto non a bordo della strada principale, ma proprio in una traversa sterrata di via Filzi, ci sono 29 coltellate; dalle prime risultanze delle analisi sul corpo, emerge che la giovane è stata assassinata in un luogo diverso da quello del ritrovamento, e caricata nell’auto a bordo della quale la ritrovano vestita in modo inusuale, quasi fosse stata ricomposta dopo la morte. Le indagini scandagliano la vita degli amici, i conoscenti e l’ambiente frequentata dalla ragazza.
Si concentrano anche su un sacerdote; per arrivare alla verità gli inquirenti utilizzano anche la prova del dna, che però non porta a risultati concreti.
Resta il dolore dei genitori, degli amici e di quanti conoscevano Lidia. Restano canzoni, siti, messaggi e poesie che si trovano sul web e la periodica attenzione dei media, che hanno dedicato grande spazio al caso. Iniziò Enzo Tortora e proseguì, in tempi più recenti il giornalista e romanziere Carlo Lucarelli: il caso Lidia Macchi rimane infatti un mistero italiano.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 05 gennaio 2011
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