Dal campo alla scrivania e ritorno

La retrocessione del Varese in Serie C è l'occasione di una riflessione da parte dell'ex tecnico biancorosso, Alessandro Borghetti

Parliamo di Rugby. Come sempre l’occasione viene dalla cronaca anziché dalla storia. Il rugby Varese è retrocesso, con una giornata di anticipo, in serie C, a seguito della sconfitta con Lumezzane. I giornali e la cronaca si occuperanno ovviamente di ciò, e, spesso tra le righe o non detti, giudicheranno buoni, bravi e belli i vincenti, totalmente in antitesi coloro che perdono. Dico di occasione di parlare di Rugby, perché sembra che di questo ex nobile sport, ormai si tratti solo in relazione ai risultati o a propositi che si presume li porteranno. L’Italia di rugby sta sulla stampa e sulle bocche di tutti, quando vince con la Francia, per il cambio allenatore o per gossip; Varese se si salva o va in B, o perché è in costruzione un nuovo campo e ancora quando si dichiara l’imminente raggiungimento della serie A, anche se oggi ciò suona, perlomeno, come una stonatura.
La realtà è che si dovrebbe parlare, non di più o di meno, ma parlare, di anonimi personaggi che sì chiamano Andrea Colombo, Roberto De Cecilia, Simone Banfi e Ivan Maglia, per citarne alcuni, che allenano le complicate fasce di età che vanno dai 12 ai 16 anni, giocano pure con le squadre seniores, sono perlopiù giovanissimi e passano, gratuitamente, al campo, più tempo che a casa. Bisognerebbe in quest’annata rugbistica parlare dell’U18 di Beppe Cattaneo che vince il proprio girone nel campionato di categoria e forse anche della scommessa di fare una squadra U20 e portare a termine il campionato, nonostante le perplessità iniziali di chi scrive.
Ora le schiere di quelli che cavalcano il cavallo di battaglia della retrocessione per affermare che è tutto da buttare, sono pari a quelle che salivano sul carro dei vincitori due stagioni fa, e alcuni sono pure gli stessi. Mi piacerebbe che nello sport in generale, si parlasse dei gol di Messi prima che dei “porque” di Mourinho, così come avrei piacere di leggere giornali che raccontano di giovani rugbisti che crescono, della difficoltà di allenare ed educare attraverso il rugby ragazzi adolescenti e non della necessità dei club di allevare giovani in batteria per dare a loro un valore economico prima che tecnico/sportivo.

Quando una squadra retrocede o è promossa, non è per forza simbolo di buoni o cattivi propositi. La cosa certa è che viene promosso o retrocede un club con la sua organizzazione e il suo progetto comune a tutte le squadre, sempre che lo abbia. Northampton, oggi in finale della Coppa Europa di rugby per Club, vagava pochi anni fa nella seconda divisione del rugby inglese, ha creduto però in un progetto, in un’organizzazione, in un allenatore, prima che nei risultati ed essi sono arrivati, guarda caso, partendo dall’essenza del rugby, ossia il modo di giocare spregiudicato, offensivo a tutto campo, che vuol dire andare sul terreno di gioco per vincere come idea di club e non, per non perdere. Che vuol dire che ciò che succede sulla scrivania e nei tavoli di comando è completamente in linea con il modo addirittura di passare la palla in campo.
Non deve stupire perciò se Parisse capitano di Stade Francais, che gioca a rugby con maglia e pantaloncini rosa, scelga in un importante partita di passare la palla al compagno, facendola girare dietro la schiena, nel modo più spettacolare, magari in questo caso meno efficace, ma ciò dimostra la totale coerenza con il progetto di show rugby, del suo club.
Il Rugby Varese, e lo dico e sostengo, inascoltato dai più, ormai da qualche anno, sembra aver come appuntamento e obiettivo stagionale la festa del rugby, che porta certamente divertimento, visibilità e quattrini nelle casse, ma una società sportiva deve prima pensare a ciò che si fa in campo, poi viene tutto il resto. Appartenenza, continuità ed ora va di moda dire anche resilienza, ovvero la capacità di resistere, sono le coordinate perché un’organizzazione stia in piedi e si connoti come forte e coerente; così Vittorio Munari, direttore sportivo di Benetton Treviso commentatore di Sky sport, sabato durante la semifinale di HCup tra Leinster e Toulouse, inquadrato è Guy Noves, allenatore dei transalpini: «Splendido Noves, ventidue anni al timone della squadra, quando un allenatore è così il merito è della solidità della società, le grandi società sanno difendere l’allenatore magari stanno attente quando lo scelgono, non sono leggere nella scelta, gli allenatori vanno scelti guardandoli negli occhi non sulla carta…», ciò per sottolineare che bisogna saper mettere sicuramente le persone giuste al posto giusto ma è l’organizzazione che deve avere le idee chiare e soprattutto esse devono essere in linea con la storia e la cultura del club e direttamente in collegamento con il gioco che in campo si vuole praticare e far vedere. Retrocede oggi in serie C un club che può essere risalga in B il prossimo anno e poi retroceda o salga ancor di più. Ma se il valore del far bene o male passa dai risultati prima che dal modo di arrivarci e dalla non considerazione della necessità di coerenza tra campo e scrivania, rimarranno nella storia dei club solo effimere esperienze che dureranno lo spazio di un fine settimana o fino alla prossima Festa…

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 05 maggio 2011
Leggi i commenti

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.