“Io sono una voce di testimonianza, ma voglio lasciare dei testimoni”

Il ricordo di Angioletto Castiglioni di un lettore che poco più di tre anni fa ebbe modo di passare del tempo con lui. Ne restò talmente impressionato da scrivere quanto si erano detti. Ecco il resoconto di quell'incontro

Angioletto Castiglioni a Busto Arsizio è una istituzione, ma la sua storia e la forza della sua testimonianza hanno travalicato i confini cittadini; il suo nome è presente in tutti i luoghi simbolo della Resistenza e della Deportazione, gli ebrei non lo dimenticano e degli studenti arrivano persino dall’Inghilterra per intervistarlo al fine di redarre la propria tesi.
Nonostante questo, nel corso dell’incontro con lui, mi accorgo che Castiglioni quando parla di se stesso, mantiene un profilo basso, fa passare atti eroici come atteggiamenti normali, trova sempre una giustificazione plausibile al proprio coraggio.
Al termine del nostro colloquio mi dice: “Ti posso chiedere di riportare questa testimonianza senza citare il mio nome? Sono stanco di vedere il mio nome ovunque, non è questo che mi interessa. Quello che ti ho raccontato, non l’ho fatto per mettermi in mostra. Mi interessa solo che questa memoria non vada persa. Scrivila come testimonianza di un anonimo!”
Il mio sguardo è perplesso. Non oso contraddirlo, ma nello stesso tempo penso che il suo nome è fondamentale al fine di dare maggior forza al racconto.
Angioletto legge il mio viso: “Va bene. Scrivi pure il mio nome, ma ripetilo il meno possibile!”
Ho pensato tutto il giorno a questa richiesta di Angioletto ed all’incontro che ho avuto con lui. Mi è parso che il suo pensiero si possa riassumere in queste parole: “Quello che è successo a me, è accaduto ad altri milioni di persone. Quello che è successo a me sessant’anni or sono, oggi sta succedendo ad altre persone e se non vi battete per i diritti civili, domani potrebbe capitare anche a te.”
Ho così deciso, da questo punto in poi, di non ripetere più il suo nome, ma ogni qualvolta sarà necessario nominarlo metterò dei punti di sospensione.
Il lettore potrebbe, quando incontra questi punti, pronunciare il proprio nome. Proprio così, come se la storia raccontata fosse successa a te lettore: potrebbe rivelarsi un’operazione terapeutica.
L’8 settembre del 1943 … si trova a Busto Arsizio, la sua città, che ha raggiunto dopo avere lasciato Taranto.
Il 13 settembre a Meina avviene il primo eccidio nazista. Diversi ebrei rifugiatisi presso un albergo del paese vengono catturati dalle SS: dopo le violenze, i colpi alla nuca. Tra i civili uccisi ci sono anche dei bambini, che vengono legati con del filo di ferro e gettati nel lago Maggiore. Quest’ultimo, però, dopo qualche giorno restituisce i corpi degli innocenti che tornano a galleggiare sulle sue acque. I tedeschi li infilzano più volte rigettandoli nel fondale.
…che ha imparato ad amare la Patria quando era un giovane balilla, sente che questa è stata tradita da quell’atto efferato e si domanda cosa possa fare per difenderla.
Tramite il sindacato clandestino del luogo dove lavora, viene messo in contatto, lui cattolico, con degli uomini del Partito Comunista, i quali gli spiegano che si sta cercando di organizzare una forma di resistenza nei confronti dell’occupante.
Gli uomini del PCI chiedono a … se è disposto a dare il proprio contributo; si tratta di reclutare altri dieci giovani, dei quali sarà il responsabile, e di rimanere pronti quando giungeranno degli ordini. Solo … potrà parlare con i suoi superiori, ma anch’egli non potrà conoscere l’anello successivo della catena di comando.
… inizia la propria opera di reclutamento e, una volta riuscito nel proprio intento, raduna i suoi per avvertirli: “Il nostro compito è rischioso. Se un giorno verrete catturati ed interrogati, non voglio che denunciate i vostri compagni. Fate un solo nome: il mio! Io sono il vostro responsabile e mio è il nome che deve essere fatto!”
Diffusione di stampa clandestina e affissione di manifesti sono le prime operazioni che il nucleo costituitosi è tenuto a fare, ma dopo poco tempo il rischio aumenta.
Successivamente ad una riunione con i capi, … viene armato. Mentre me lo racconta … stringe la mano nell’atto di impugnare la pistola come se rivivesse nuovamente la scena: “Era inverno. Sentivo l’impugnatura dell’arma molto fredda. Una sensazione che non ho mai dimenticato.” Osserva la propria mano: “Quando sparerà? E contro chi sparerà?”
… decide di non portare la pistola a casa dove teme di subire delle perquisizioni, ma lavorando in una ditta metalmeccanica, nasconde l’arma in una insenatura del tornio: “Era inutile girare con l’arma. Qualora fosse servita sarei andato a prenderla.”
Anche il tenore delle operazioni varia; non si tratta più unicamente di diffondere della propaganda su ciclostile. Ci sono degli individui che collaborano con repubblichini e nazisti, facendo la spia e compilando le liste di nominativi sospetti da interrogare. Vanno eliminati.
Intanto anche nella vicina città di Legnano la Resistenza si è organizzata: il 4 novembre del ’43, una bomba viene lanciata all’interno del caffè Mantegazza dove si trovano dei fascisti.
Il nucleo di … è al corrente da giorni del previsto attentato, perché potrebbe essere necessario un intervento per consentire la fuga dei compagni scelti per la citata operazione. Tale opzione non si rende necessaria, ma i giorni successivi nelle due città si cerca di individuare i responsabili del gesto e, più in generale, di scovare la rete di ribelli presente sul territorio.
Come a volte succede, i giovani tendono ad esaltarsi e per farlo eccedono con le parole e con i racconti. E’, infatti, l’esuberanza e la loquacità di un giovanotto che consente alle brigate nere di individuare e catturare la maggior parte degli uomini del nucleo bustese.
… una delle mattine successive all’evento si sta recando regolarmente al lavoro, ma nota che c’è uno strano movimento di persone in città. Alcune mamme dei suoi amici arrestati lo additano al passaggio: “I nostri figli sono in mano ai tedeschi e tu sei libero! Abbiamo capito chi ha parlato!”
… comprende cosa è successo, devia dalla strada solita e si reca dai superiori per narrare l’accaduto; poi, seppur in ritardo, giunge in metalmeccanica dove viene redarguito dal capo. Incassato il colpo si reca al tornio.
Passata qualche mezzora, nel capannone avviene un black out, quindi si spalanca la porta di ingresso: entrano le brigate nere seguite dalle SS.
… capisce immediatamente che sono lì per lui, poi sente pronunciare con un forte accento tedesco il proprio nome: “…!”
La reazione è istintiva.
… prende la pistola nascosta nel tornio e la infila dietro i pantaloni, poi alza gli occhi: di fronte a lui c’è una gru dalla quale pendono due catene; in cima alla gru un lucernario. E’ l’unica via di scampo.
… afferra le corde e inizia a salire verso l’alto, ma le mani sporche di grasso scivolano ed il nostro cade a terra. La pistola fuoriesce dal pantalone finendo sotto una montagna di truciolati di scarto dove rimarrà.
Il tutto avviene nel giro di pochi istanti. Due mani lo afferrano: … è nelle mani delle SS.
Lo conducono alle Scuole De Amicis dove trova i suoi amici ammanettati. C’è uno scambio di sguardi. Mentre attende in corridoio sente dal piano di sotto la voce della madre e di un’altra donna reclamare i propri figli.
La risposta dei fascisti è secca: “Vergognatevi! Venire a chiedere la libertà di due delinquenti. Sarebbe stato meglio se non li aveste mai messi al mondo!”
Poi le spintonano gettandole giù dalle scale.
… viene portato in una stanza. Dietro ad una scrivania c’è il segretario politico, a fianco un graduato delle SS. Viene fatto sedere su una sedia; dietro a lui due camice nere.
Inizialmente l’interrogatorio ha un tono rassicurante e colloquiale.
A parlare è solo il segretario politico: “Guarda che noi non cerchiamo te. Sei giovane. Tu non ci interessi. Noi vogliamo sapere i nomi dei capi. Non ti faremo alcun male.”
… cerca anch’egli di bleffare: “Lo so che non cercate me e che non mi farete male, ma io non so nulla. Non so di cosa stiate parlando.”
“Bene.” Dice il commissario. “Considerato che non vuoi parlare, da questo momento i metodi cambiano e vedrai che anche tu cambierai idea.”
Iniziano le nerbate date alle spalle.
…, che è ammanettato, per pararsi dai colpi sprofonda nella sedia.
Lo prendono per le braccia, lo sollevano e lo mettono a sedere su una sedia più piccola. Ora i due fascisti presenti possono picchiare comodamente.
… tiene duro.
Il commissario politico decide di metterlo a confronto con uno degli altri arrestati. Alla domanda: “Conosci quest’uomo?”, il compagno di … si ricorda delle parole del capo: “Farete solo il mio nome!”. Ed è così che rende la confessione.
Il commissario politico diventa una furia: “Ora sappiamo chi sei! Te la faremo pagare!”.
I fascisti riprendono con le sevizie, ma in seguito ad una spinta …picchia la testa contro lo spigolo della scrivania e perde i sensi. L’SS presente ordina di interrompere l’interrogatorio perchè per lui è giunta l’ora del tè.
Detto fatto, esce dalla stanza e ne raggiunge una adiacente, che comunica con la prima tramite una finestrella, per la meritata merenda.
Intanto le due camice nere rimaste nella stanza dell’interrogatorio dicono a … che ha sporcato tutto il pavimento di sangue e che, quindi, deve pulirlo.
…, con il volto tumefatto, acconsente: “Toglietemi le manette e datemi uno straccio che lo pulisco.”
Per tutta risposta i due preso uno straccio lo infilano nella bocca del poveretto, lo mettono in ginocchio e tenendolo per i capelli cercano di pulire il pavimento.
Ma … perde sangue da più parti, in modo particolare dal capo e dalle orecchie, cosicché più i repubblichini lo strattonano, più il pavimento si imbratta di rosso.
Il graduato tedesco assiste alla scena dalla finestra di comunicazione, rientra infuriato nella stanza e riprende bruscamente le camice nere ordinando di tamponare le uscite di sangue con della carta assorbente.
Il tempo di eseguire gli ordini e l’interrogatorio riprende con uno stratagemma atto a fratturare la spina dorsale del torturato. Il dolore è insopportabile.
… si ricorda che la settimana precedente due partigiani sono stati scoperti dai fascisti e di conseguenza sono già scappati in montagna; fa i loro nomi, indicandoli come suoi capi.
L’ufficiale non è molto convinto della confessione, ma sospende l’interrogatorio e ordina di internare il disgraziato nel carcere di Monza.
“Il mio silenzio non va inteso come atto di eroismo.” Dice … “Sapevo che se avessi parlato per me sarebbe finita. La mia vita dipendeva dal fatto che i tedeschi sapevano che avevo delle cose da confessare.”
A Monza viene messo in isolamento. Lo sportello della cella si apre solo per passare il cibo e per poter sentire la messa.
E’ una mattina uguale alle altre. E’ presto e fa freddo
… viene svegliato e caricato ancora assonnato su un camion insieme ad altri quattro prigionieri che non conosce. Nessuno sa la destinazione.
Finalmente il camion si ferma. Vengono fatti scendere: si trovano nel campo sportivo della città. Ad attenderli un sacerdote. E’ tutto chiaro: di lì a poco saranno fucilati.
I suoi quattro compagni vengono fatti sedere su delle sedie, mentre lui rimane in piedi un poco scostato. Giunge il plotone di esecuzione.
… piange perché non ha ancora avuto il conforto del sacerdote.
Il comandante del plotone si toglie l’elmetto e vi mette delle munizioni, poi prende dalla tasca una pallottola e, prima di riporla insieme alle altre, la mostra a tutti i suoi soldati che attingendo dall’improvvisato contenitore caricano i fucili.
La pallottola precedentemente mostrata altro non era che una munizione a salve.
Il messaggio è chiaro: “Tu che spari non devi sentirti responsabile dell’uccisione di un uomo perché la tua arma potrebbe essere stata caricata a salve.”
Tutto è pronto: “Fuoco!”
I colpi sono diretti sui quattro seduti. … viene risparmiato. Poi giungono i colpi di grazia alla nuca.
Anche per … il messaggio è chiaro: “Se non parli farai la stessa fine!”.
Passano tre giorni e … viene nuovamente prelevato.
“Non ho parlato.” Pensa. “E’ la fine.”
Viene, invece, trasferito al carcere di San Vittore, dove i trattamenti diventano decisamente meno duri: non è più in isolamento e le razioni di cibo sono più abbondanti.
Ad assisterli una sorella. Tutti i detenuti la chiamano la “suora bianca”: “Aveva una tenerezza verso noi giovani indescrivibile! E sapeva che fine avremmo fatto!”
Arriva, però, il momento di un nuovo trasferimento.
Tutti i detenuti vengono disposti lungo un corridoio del carcere e contati.
Si apre una porta in fondo al corridoio. Entra una SS che impreca, seguita poco dopo da due giovani che trasportano la propria madre ferita in barella.
Il tedesco grida qualcosa del tipo: “Juda! Juda!”. Poi bastona le braccia dei due giovani che dal dolore lasciano la presa.
La barella cade a terra con chi vi sta sopra.
L’SS rifila una serie di calci in testa alla povera donna che poco dopo muore.
Il silenzio nel carcere è veramente indescrivibile.
… è tra quelli che viene caricato su un pullman senza sedili e di seguito su un vagone ferroviario insieme ad altre ottanta persone: uomini, giovani, vecchi, donne e bambini.
Si tratta di un treno della morte: destinazione Flossemburg.
Il viaggio dura cinque giorni: “Ogni venti o trenta chilometri eravamo fermi per tre ore al fine di dare precedenza agli altri convogli.”
Il viaggio è inumano: “Ottanta persone in un vagone: capisci? I più fortunati stavano appoggiati alle pareti, gli altri in piedi. Fortunatamente ogni tanto ci si dava il cambio. Poi arriva il momento che devi fare i tuoi bisogni fisiologici. Riesci ad immaginare l’umiliazione? In fondo al vagone era stato fatto spazio per mettere della paglia per lo sterco. Arriva la notte. E’ buio. Non si vede nulla. Giunge la stanchezza e il sonno. Siamo pigiati. Le persone si siedono e stendono le gambe. I più forti oppongono resistenza, quelli provati si lasciano spingere ed a loro volta spostano altri, che spostano altri ancora. I più deboli finiscono nella paglia mista a sterco. E secondo te chi erano i più deboli?” Urla. “I vecchi e i bambini! Capisci? I bambini!”.
Durante il viaggio si conoscono i vicini ed iniziano i legami.
… entra a far parte di un gruppo che verrà guidato e protetto da un uomo adulto che tutti chiamano papà Cesana che da subito li costringe ad imparare più nomi possibili per poter riferire alle famiglie dopo la guerra il destino di ognuno.
Intanto alcuni si ammalano e dopo una lenta agonia muoiono già durante il viaggio.
Al quinto giorno il fischio del treno annuncia l’arrivo a Flossemburg. E’ inverno e nel cortile del campo di concentramento c’è la neve. I nuovi arrivati vengono incolonnati nel cortile e spogliati. In una mano devono tenere l’oro che hanno addosso, nell’altra la valuta. Vengono accompagnati sempre nudi in un capannone. C’è un primo tavolo; chi sta da quell’altra parte ti guarda ovunque per metterti in imbarazzo: bisogna consegnare l’oro.
Si passa al secondo tavolo. Stessa scena: qui si consegna la valuta.
Qualche prigioniero tiene in mano ancora qualcosa. Sono le lettere ricevute in carcere o le fotografie di qualche caro, insomma tutto ciò che ancora dà un senso alla vita. Vigliaccamente i ricordi vengono strappati dalle mani, i detenuti picchiati e gettati dalla finestra.
Sempre incolonnati ci si dirige verso le docce che si trovano in fondo ad una scalinata.
… non è tra i primi dai quali sente giungere delle urla. Quando giunge alla scala la scena è raccapricciante: “La scala da percorrere era ghiacciata. Nessuno riusciva a stare in piedi. Tutti scivolavano verso il fondo tra le botte dei Kapò. Ma dopo un po’ non si riusciva neanche più a scivolare tante erano le persone ammassate, molte delle quali ormai soffocate da tutti quelli che vi erano sopra e ancora una volta c’erano molti bambini tra i morti.”
Non si capisce come in quell’inferno dantesco si ritrovano sotto le docce o meglio sotto i getti degli idranti.
“Erano forti. Terribili. Diretti allo stomaco. I più in forze si riparavano con qualcuno che gli stava davanti che gli moriva tra le braccia.”
… che nel corso del racconto si è interrotto dal pianto ogni qualvolta ha ricordato i bimbi morti ora mi urla in viso: “E mia la colpa se ho voluto vivere? E’ questa la domanda di Primo Levi. Io ho colpa perché vivo?”
Li picchiano, tagliano loro i capelli che ostruiscono gli scarichi, l’acqua è tanta, i corpi dei morti galleggiano. I bimbi galleggiano.
“Io sono una voce di testimonianza, ma voglio lasciare dei testimoni. Voi dovrete raccontare quello che è stato, ma dovete ancor di più raccontare il presente. I bambini muoiono anche oggi. Dovete dirlo!”
Non è ancora finita. Il fischio del treno che arriva a Flossemburg ha un significato preciso: “Sto arrivando. Sto portando il mio nuovo carico. Dovete fare spazio ai nuovi arrivati. Sono ottocento e altri ottocento devono morire per lasciare loro il posto.”
I nuovi arrivati incontrano coloro che sono stati selezionati per finire nelle camere a gas. L’ultimo ricordo: i loro occhi terrorizzati, poi il fumo del camino.
“Chi è morto al posto mio?” Si domanda …
“Gli ebrei sono quelli che hanno sofferto più di tutti. I miei genitori non sapevano ciò che dovevo subire, mentre i padri ebrei hanno visto le loro mogli e i loro figli finire nelle camere a gas. Capisci la crudeltà? Hanno ucciso i loro cari, mantenendo in vita gli uomini per costringerli al lavoro. Quando erano sfiniti li gasavano.”
Scrive Primo Levi: “Scomparvero così, in un istante, a tradimento le nostre donne, i nostri genitori, i nostri figli. Quasi nessuno ebbe modo di salutarli. Li vedemmo un po’ di tempo come una massa oscura all’altra estremità della banchina, poi non vedemmo più nulla.”
La vita nel campo di concentramento è dura e come se non bastasse i tedeschi sono dei maestri nello spersonalizzare l’individuo.
Alla sera quando torni stanco nella baracca ti ritrovi a dormire con altri tre nella stessa cuccetta e quando devi mangiare lo devi fare con un altro nella stessa scodella.
I più robusti, dopo il lavoro, raggiungono per i primi il dormitorio e occupano le cuccette più in alto. Al mattino, infatti, le SS passano per la sveglia e tirano nerbate a quelli delle cuccette in basso.
Papà Cesana è un fervido cattolico, protegge quelli del suo gruppo come fossero dei figli. Alla sera li costringe a recitare un breve rosario, ma non si può parlare e così la preghiera diviene un muovere le labbra. Tra di loro si capiscono.
Una sera … è veramente a pezzi e nel corso del Padre Nostro si addormenta.
Il giorno dopo viene ripreso da papà Cesana: “… non va per niente bene!”
…: “Papà, cos’ho fatto?”
“Ieri sera durante la preghiera ti sei addormentato. E sai cosa ti dico? Tu non vedrai mai il cielo pieno di stelle!”
Giunge una nuova sera e una nuova preghiera.
… cerca di resistere ricordando l’ammonizione ricevuta.
È giorno.
… si avvicina a Cesana: “Papà, ieri sera ho resistito nel corso della preghiera e poi mi sono addormentato. E ho sognato quel cielo pieno di stelle! Ma non ne voglio più sentire parlare, perché tra le stelle ho cercato il mio papà e la mia mamma e non li ho trovati!”
Papà Cesana: “Tu sei già nel Cielo pieno di stelle!”
Passa qualche tempo. Una sera papà Cesana si attarda per verificare che tutti i suoi “figli” siano incolonnati per la doccia. Un kapò indispettito gli rifila una badilata in pieno ventre. La carne si lacera, l’intestino fuoriesce. Cesana lo prende tra le sue mani, entra nella doccia, guarda i suoi giovani e dice: “Non preoccupatevi! Vivremo insieme!”. Muore.
Quando Woytila si è recato ad Auswitz ha pronunciato la frase: “Dov’era Dio?”
… continua il suo racconto.
Giungono i giorni della liberazione, l’armata rossa marcia verso la Germania.
I detenuti in lontananza sentono i colpi di cannone della battaglia decisiva. Occorre sgomberare il campo di concentramento.
Le SS radunano i detenuti nel cortile Flossemburg: chi non ce la fa a camminare verrà caricato su dei carri, mentre chi pensa di farcela a piedi avrà diritto a una coperta, una rapa e un pezzo di pane.
… non sa cosa fare, si sente debole e poi il giorno precedente è stato protagonista di un brutto episodio che di seguito riporto.
E’ l’ora del pranzo. Tutti i detenuti sono schierati per ricevere la porzione dovuta.
… è il prescelto per recarsi in cucina a prendere il bidone con dentro quello che ad essere generosi si può chiamare brodaglia.
Le cucine si trovano in basso rispetto al corridoio di distribuzione.
… trasporta per diversi metri il bidone, ma giunto a pochi passi dagli affamati, le mani cedono e tutto il rancio cade a terra.
E’ il finimondo. Nonostante le botte e i richiami dei kapò, i prigionieri si sono gettati a terra nel tentativo di mangiare qualcosa.
Finalmente torna l’ordine.
… viene fustigato con cinquanta frustate.
Questo è il motivo del perché ora vorrebbe salire sui carri. Gli amici lo convincono del contrario. Dopo ventanni verrà a sapere che la richiesta degli amici nascondeva un calcolo. Egli doveva essere usato come “termometro”. Conciato com’era sarebbe morto prima degli altri.
Inizia il viaggio. Dopo ventisei giorni sono stati percorsi 320 chilometri. Molti sono morti e sono stati usati come materassi.
Chi rimane indietro nel fondo della colonna viene giustiziato con un colpo alla nuca.
E’ il ventiseiesimo giorno.
… viene avvicinato da un bergamasco: “Io sono ateo. Aiutami a pregare!”
… risponde: “Ma ti sembra il momento? Lasciami stare!”
Insiste il bergamasco: “Sono sfinito. Non ce la faccio più. Sono un padre. Lascio cinque figli. Aiutami a pregare!”
… si lascia convincere ed attacca con il Padre Nostro, ma rimane impietrito quando sente il fiato di un cavallo sul proprio collo. E’ finito in fondo alla coda insieme al bergamasco. I tedeschi li prendono e li mettono faccia a terra.
… se la prende con Dio: “Ecco! Sei contento? Per colpa tua mi ammazzano!”
Vengono sparati i colpi alla nuca.
… si volta e mi fa vedere il segno della pallottola che l’ha preso di striscio salvandogli la vita.
“Dio c’era ad Auswitz, a Flossemburg, a Dachau, a Birkenau” riprende …
Quando si risveglia è tra le mani di una crocerossina che lo accudisce.
Rientrato in patria racconta quello che accadeva a Flossemburg.
Pensano che sia esaurito e lo inviano da dei neurologi i quali ritengono che sia, invece, pazzo e lo internano in manicomio.
“Ho odiato la società perché non credeva a quello che avevamo passato!”
In manicomio contrae la tbc, inizia un calvario di 11 anni di ospedali italiani. Ogni volta la cartella clinica riporta in anamnesi l’internamento in manicomio ed ogni volta viene messo in isolamento.
“Mi guardavo allo specchio per costringermi a farmi compagnia e per non morire. Avevo una missione da compiere affidatami da coloro che erano morti a Flossemburg: “Ricordati, se ti salvi devi dire al mondo ciò che hanno fatto di noi!”

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 28 maggio 2011
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